Musica come potenza che deriva dalla parola stessa e quindi capace di controllare qualsiasi senso del nostro corpo ancora per un ultima volta ancora. Il diario di bordo degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Macerata
Rousseau affermava che il linguaggio parlato e la musica nacquero assieme per simili affinità e che il canto fu un’intensificazione della parola. Poi la musica si subordinò al rito sacro. Musicultura alza il sipario su questo sacro rito nell’ultima serata di questa edizione. Un rito che qui sta a significare condivisione di ritmi e tonalità armoniche, pregnanti di significato ed emozioni. Macerata si sveste delle scarpe sonore che l’hanno aiutata nel cammino in questi ultimi week end.
La prima proposta è Cinzia Mai. Metafora di vita è la strada. Un percorso sonoro dove ogni nota vocale nasce come un fiore all’improvviso. Il cambiamento lo si chiede, ma non è alla strada che lo si deve domandare. È una preghiera che si deve fare solo a noi stessi. Metafora universale dunque. Il piano e la voce. Due strumenti utilizzati armonicamente. Strumenti che ci prendono per mano e ci portano su una strada dove l’amore e il gioco sembrano due fanciulli scanzonati. La voce di Cinzia ci porta via, ma mai troppo lontano. Le note delle parole ingannano il nostro udito. Son le stesse note che scompaiono sotto una manto di neve.
La selezione continua con “Gappa”. La “Gang band” inizia il suo gioco. I loro lazzi prendono il via con ritmi latini, strappando risate qua e là. Si balla la salsa e per merenda abbiamo “la gassosa con la granita”. Chissà che sapore ha. Arriva il momento accademico dell’esibizione. Compare sulla scena un mantello da rettore e un “cervello in fuga”. La musica dov’è? Le parole la fanno da padrona. I momenti dell’accordo alla chitarra e poi di nuovo si riparte. Ma ora non ci son lazzi né giochi. A volte la serietà è necessaria ed entra a portar l’illusione di un sogno di un fratello un po’ matto, ma che lo si ama per questa sua illusione rivoluzionaria che, in fondo, è anche la nostra. La chitarra elettrica ci porta alla conclusione di questa storia trasudante di ammirazione per un sogno a cui si vuol troppo bene.
Tinamaria apre la terza esibizione della serata. Un piano, un contra basso e una strana voce. Un voce adulta. Profonda. Una voce che al buio, lontano dai riflettori si sente più sicura e vicina a chi l’ascolta. Una voce che cerca un contatto, sempre e comunque.
La quarta voce che si presenta sul palco è quella di Peppe Galuffo. L’abito non fa il monaco. Un detto che calza perfettamente ascoltando le parole di Peppe. Qualcuno sorride e sussurra al vicino “ Sembra serio, ma non lo è”. L’amore per una donna è uno dei sentimenti più importanti e profondi, ovviamente dopo i mondiali di calcio. Cabarettista più che cantautore, ci porta sul palco motti buffoneschi e in sotto fondo, lontano, qualche nota tenta la risalita. Ci parla di un amore, per la donna delle “pulizie”, e dell’amarezza per il troppo lusso che padroneggia nelle case di gente per bene, alla quale, anche a loro, calza perfettamente il detto precedente. Ma che ci resta da fare, se non convivere con lo Stato.
Ultima proposta di questa serata di parole e musica, i Radiolondra. Sei giovani. Sei talenti diversi. Troppo diversi l’uno dall’altro. Embrioni pronti alla nascita, ma non ancora ben formati. E come bimbi innamorati alla prima cotta, ci sussurrano note e melodie. Una musica che sta per nascere. Nascerà. Glielo auguriamo.
Cala il sipario sul palco di queste ultime audizioni. Rammarico per la fine c’è. Ci si affeziona fin troppo alle avventure, se pur brevi. Si è riso, scherzato, denunciato, cantato, suonato. Si è stati a “casa”. Si è stati ad una festa. Ma ci ritroveremo a giugno ancora un ultima volta. E la musica ancora una volta sarà la nostra più fedele compagna di avventure.
Maurizio Iachini
Davide Mazzeo
Laura Fedeli
Accademia di Belle Arti di Macerata



