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Musicultura: torna a prenderci il palpito, armato di melodia su labbra e mani che esiliano il silenzio. “Dove le parole finiscono, inizia la musica”(H. Heine). I resoconti dei ragazzi dell'Accademia

Musicultura: torna a prenderci il palpito, armato di melodia su labbra e mani che esiliano il silenzio. “Dove le parole finiscono, inizia la musica”(H. Heine). I resoconti dei ragazzi dell'Accademia

Giuseppe Tomassini

Giovedì quattro febbraio si scopre pieno di versi acustici. Le parole sono lo specchio dove l’uomo si contempla, nudo e sorpreso, in un angolo di suoni per detergere la menzogna. Una faccia sulla grondaia per scorgere un po’ di luce. Vagabondaggio, evasione e poesia, la sera esamina pensieri che sono bastimenti di armonie. “Come può un uomo privo di virtù coltivare la musica?” (Confucio). Se la virtù è la realizzazione della propria essenza, suggestioniamoci e fecondiamo semi di note nel terriccio della mente.

La prima proposta a salire sul palco è Giuseppe Tomassini. Come in un grido di gioia, Giuseppe non si risparmia con le parole. Tinteggia delicatamente la sala con testi che non riescono a scivolare sulle note, forse per la mancanza della sciolina di scorrimento verde che andrebbe applicata a 150 °C di estro. I testi fanno impigliare i pensieri in una ragnatela di sogno reale, in un gioco di forza tra sensibilità e passione.

La seconda proposta è Marco Saltatempo. Un cuore tutt’occhi e orecchie che vibrano al ritmo di “mizan” brevi. La sua è una musica raccontata, un distacco dall’immobilità standardizzata della musica italiana, un viaggio su un lenzuolo salato, che potrebbe produrre un uragano di canti di altre terre, ma che invece dorme nella bonaccia.

Segue Vincenzo Scruci. Si odorano i profumi di una terra a sud, che mostrano stralci di una piacevole quotidianità. È stata inventata una nuova arma: la TV. Le stronzate piovono come raid aerei, battutacce che perforano il muso di un M1A1HA con carrozzeria a titanio impoverito. Vincenzo ci mette in guardia, con ringraziamenti e una freschezza che ci riporta alla fine degli anni cinquanta. Chissà se anche “Vincenzo è da whisky facile”. Un cantautore educato, che si alza ogni volta per ringraziare. Un signore nei gesti , volto su una strada che passa tra i sentimenti e la caricatura. Un uomo che sa far divertire, artefice di ilarità e intense e avvincenti camminate ritmiche.

La quarta proposta a salire sul palco è un gruppo: i Gaia Groove. Una voce, il calore del fiato, il riflesso di volti che sognano, palpiti di ali velate in suoni rock blues. Fumose lodi dedicate ai Gaia Groove. Menestrelli nel sogno. Cantano di condizioni umane comuni. Un disorientamento nel cuore, un cuore che non può dimenticare chi, nella vita, gli ha dato uno sguardo. Saltimbanco dei sentimenti, basta una ninnananna per orientare il cuore. La paura della notte tintinna, tuona, stride, batte come risacca e di colpo tace: un pipistrello nictofobo deficit ante nella pigmentazione “melaninica”. La memoria, salda dimora del rimpianto, si trascina in assoli di chitarra che alleviano il tema. Arriva il momento in cui indossare il poncho e cavalcare nell’ironia. Per un pugno di dollari all’Upim, un Joe timoroso con le buste della spesa e la sparatoria: un Ramón con la bombetta che inverte il finale. Sulle soglie del palco si odono parole umane che svettano su labbra antropiche che parlano di musica come vita.

Francesca Romana chiude la serata. Una voce vigorosa squilla in sala. La figura esile si staglia sul palco che lei riesce a coprire grazie ai suoni pieni, e note di velluto a far l’amante dello spartito. Le sonorità offrono un ricordo, un pop di colonne sonore fanciullesche anni ottanta, di telefilm per ragazzi, una “Kiss me Licia” che canta ballate di donna adulta.

Verrà negli occhi un grido taciuto, un silenzio. Ma non è giunta l’ora, mancano ancora due giorni per viziare l’udito nel rituale che ci ha accompagnato in queste serate. Rimarrà il piacere di un vecchio ricordo. Una possibilità di parlar di musica che vince il nulla di un mondo sconfitto da una stufa accesa sul fuoco del menefreghismo musicale. Aspettando in venerdì, occhi chiusi per non vedere mentre si cade nel buio e per sentire che rumore fa un corpo quando cade sull’uscio della melodia.

Maurizio Iachini

Davide Mazzeo

Laura Fedeli

Accademia di Belle Arti di Macerata