“Vivere è ok” e Ormai è a Musicultura

Il crollo e il disastro che lasciano spazio a sogni, idee e desideri; gli esordi con una band sperimentale; la vita tra euforia e baratro; il desiderio di lasciare un’impronta e un nome d’arte che se ne fa testimone. E ovviamente lei, la musica. C’è tutto questo nell’intervista che Ormai, tra i 18 finalisti di Musicultura con il brano Vivere è ok, ha rilasciato alla redazione Sciuscià.

La tua carriera artistica prende il via da unesperienza in un gruppo, per poi passare al progetto solista. Esser parte di una band ti ha fornito gli strumenti necessari per iniziare il tuo percorso da solista o senti di aver ricominciato tutto da capo?

Inquietude, la band in questione, è stata singolarmente l’esperienza formativa più importante del mio percorso, se la sommi alle esperienze autorali. Basta pensare che in tre, su quattro che eravamo nel gruppo, siamo sul palco di Musicultura. Quando abbiamo iniziato non pensavamo ci saremmo scambiati così tanto: molto di quello che ora sappiamo sulla musica nasce dalle ore divise insieme.

“E dico frasi assurde come Vivere è ok“: questo è un estratto di Vivere è ok, brano selezionato per il concerto dei finalisti di Musicultura. Cosa porta a pensare che vivere è okay” sia così assurdo e cosa, invece, può condurre lontano da questa assurdità?

“Vivere è ok” è una assurdità perché oscilliamo tra l’euforia e il baratro. Vivere per me è sempre stato un disastro perfetto, allo stesso modo in cui le stelle vincono sulla notte ma quest’ultima rimane fondamentalmente oscura. Ho perso moltissime persone e ne ho trovate altrettante, con la facilità con cui sono uscito da dipendenze mi sono tuffato dentro altre. Non so come si esca dall’assurdo e dal paradosso di malsopportare la vita e poi restare stupefatti di fronte a un tramonto qualunque. Forse è un assurdo che mi piace.

In diverse occasioni hai dichiarato di sentirti tormentato dall’idea di essere costantemente in ritardo e non al passo con i tempi che corrono. Deriva da questa sensazione il tuo nome d’arte, Ormai? Raccontaci della sua genesi. 

Non sono fatto per quest’epoca musicale. Questo è evidente. Penso però che, in ritardo o in anticipo, sia giusto fare le cose in modo puro, anche se nel processo ci fa sentire inadeguati o imperfetti. Penso sia parte dell’esperienza di essere artisti. Il mio nome d’arte arriva da “orma” perché volevo, come si fa da adolescenti, lasciare un’impronta, una scritta sul muro. È diventato “Ormai” perché ero parecchio disperso all’epoca.

Stai lavorando al tuo primo album, riguardo al quale dichiari di avere una missione ben precisa: parlare a chi soffre di esperienze simili alla tua, trovare una nota positiva, la scintilla da cui ripartire. Qual è, o qual è stata, per te quella scintilla?

Senz’altro la scintilla è il rapporto con gli altri, sentire di dedicarsi a qualcuno e viceversa. Forse tempo fa avrei detto che era la musica, ma purtroppo la musica non può salvare nessuno, amarsi e amare invece sì.

Hai collaborato con Clementino, Rosa Chemical, Nayt, Fabri Fibra, Giorgia; immagino che queste esperienze abbiano arricchito molto il tuo percorso artistico. In che maniera ti aspetti che quest’ultimo venga ulteriormente impreziosito dal confronto con gli altri finalisti di Musicultura e col palco del Festival?

Intanto ascoltando gli altri partecipanti sto scoprendo brani bellissimi. Spero di legare con chi ha missioni simili alla mia. Ogni artista con cui ho lavorato mi ha dato qualche frammento di esistenza su cui arrovellarmi. A pensarci bene, ha fatto lo stesso ogni persona in generale con cui ero pronto ad ascoltare. Penso ci sia margine per crescere parecchio.


 

“Scogli”. Perché senza il mare i Velia non sarebbero quelli che sono

Irene e Matteo si sono conosciuti alle audizioni per entrare all’Officina Pasolini.  Dopo un’iniziale collaborazione per la produzione di testi, hanno deciso di iniziare a fare musica insieme. La loro intesa, ben evidente sul palco, passa anche per il legame con il mare, il cui richiamo è presente nel titolo e nel testo di Scogli, brano col quale sono in concorso a Musicultura. Il tema centrale del pezzo è la capacità che ha appunto il mare di custodire i ricordi e i segreti che le persone si portano dentro. E qualcuno di questi ricordi e di questi segreti attraversa anche questa intervista. 

Velia, ovvero Irene e Matteo: due giovani cantautori, una sola creatura musicale. Il classico caso in cui il tutto è più della somma delle singole parti. Come vi siete conosciuti e com’è nato questo sodalizio artistico?

Ci siamo conosciuti all’Officina Pasolini, un laboratorio di alta formazione musicale di Roma. Ci siamo presentati singolarmente alle audizioni per entrare nella nuova classe con due progetti individuali, separati. Il sodalizio artistico è nato per necessità: entrambi avevamo bisogno di un aiuto per le produzioni e per i testi. Iniziando a collaborare abbiamo anche iniziato a suonare insieme, e sono state le persone che venivano ad ascoltarci a farci rendere conto che il modo in cui cantavamo e ci accompagnavamo non era da progetti singoli, ma era da gruppo. È stato un processo naturale, dovuto anche al fatto che ci sono state sin da subito una specie di colpo di fulmine artistico da parte di entrambi, profonda stima e voglia di imparare dal modo di fare musica l’una dall’altro.

L’immaginario marino è il vostro elemento distintivo, richiamato sia dal titolo del singolo Scogli, con cui siete in concorso a Musicultura, sia dal nome d’arte, Velia. Questa parola latina, infatti, significa “nascosto” e rimanda forse a tutto ciò che è avvolto dalle onde e si deposita sui fondali. Perché è così importante per voi il mare?

Il mare è il luogo dove entrambi siamo cresciuti; quello di Irene è il mare pugliese e quello di Matteo è il mare toscano. Entrambi abbiamo sempre avuto un legame particolare con il mare, che sentiamo essere un elemento che negli anni ha accolto e custodito i nostri segreti e le nostre paure. Probabilmente senza la vicinanza al mare non saremmo le persone che siamo.

Il brano Respirare, che avete presentato alle Audizioni Live del Festival, parla delle reazioni umane di fronte al dolore e della capacità di affrontarlo per andare avanti. C’è stato un avvenimento particolare che vi ha portato a scrivere questa canzone? E perché avete scelto proprio questo titolo?

Respirare racconta la storia vera di un trauma che Irene ha affrontato pochi anni fa; descrive la giornata in cui ha perso suo padre, nell’ambito della quale molte delle persone che aveva intorno si aspettavano da lei una reazione più visibile di quella che all’apparenza ha avuto. Non riusciva a piangere, ma guardava nel vuoto perché si concentrava a respirare, una funzione primaria che in quel momento faceva molta fatica a svolgere. Questa canzone è stata scritta da lei dopo un paio di anni in cui è stata totalmente in silenzio su come si fosse sentita ed avesse affrontato quella giornata in particolare: scriverla è stata una vera e propria liberazione. L’ha poi fatta ascoltare a Matteo che con la massima delicatezza possibile è riuscito a dare, con l’arrangiamento e la sua produzione, un valore aggiunto alla comprensione del testo e del momento che c’era dietro.

La vostra musica è un’originale contaminazione tra elementi pop ed elementi alternative rock. Come vi siete avvicinati a questi generi? Ci sono degli artisti che vi hanno particolarmente ispirati?

Abbiamo avuto culture musicali per certi versi simili e per altri molto diverse. Entrambi abbiamo avuto in comune l’amore per i Queen, partito sin da piccolissimi, che poi si è diramato in Matteo per una passione per gruppi come Depeche Mode e Muse e per Irene per gruppi come Florence and The Machine e Aurora.

A quali progetti vi dedicherete dopo Musicultura e cosa porterete con voi di questa esperienza?

Di Musicultura sicuramente ci porteremo dietro la gentilezza e la professionalità che abbiamo incontrato in tutte le persone che ne fanno parte: lavorare insieme a loro è una coccola e nonostante chi concorre viva un momento di tensione, la professionalità con cui poi ci si rapporta rende tutto sereno. Per quanto riguarda i nostri progetti, ci dedicheremo all’uscita del nostro EP, che abbiamo previsto per settembre, e a suonare live il più possibile: è il momento che in assoluto preferiamo del nostro lavoro.


 

De.Stradis: «“Quadri d’autore” per lasciare un riflesso nitido di me»

Probabilmente lo avrete già conosciuto come frontman dei Westfalia, la band con cui nel 2021 si è presentato al grande pubblico partecipando a X Factor. Vincenzo De Stradis, in arte De.Stradis, è un musicista cresciuto tra le spiagge della Puglia e le aule del Conservatorio di Bologna. Duale il suo percorso artistico e di vita, Duale il titolo del suo EP d’esordio, che dà forma al suo progetto solista. In questo lavoro c’è tutto: la sperimentazione vocale e strumentale con gli amici di vecchia data, l’influenza delle esperienze internazionali con la band, le citazioni tratte dagli ascolti del cuore e la ricerca costante del calore nostalgico della terra d’origine, richiamato dalle sonorità R&B e soul jazz. In Quadri d’autore, il brano selezionato per il Concerto dei Finalisti di Musicultura, Vincenzo si riflette in De.Stradis come in uno specchio d’acqua, cercando di far combaciare i due volti in una perfetta corrispondenza. In questa intervista rilasciata alla Redazione Sciuscià, svela infatti di voler lasciare al pubblico un’immagine di sé nitida e sincera.

La Puglia, il mare, l’estate, le sonorità calde dell’R&B e del soul jazz: le tue canzoni sembrano avere un immaginario e una palette di colori precisi. C’è un ricordo della tua infanzia pugliese – che sia un episodio particolare o una semplice sensazione – a cui sei particolarmente legato e che ti ispira quando componi?

Ho imparato ad amare e ad apprezzare la mia cultura di provenienza solo quando me ne sono andato: è un gioco psicologico che ha colpito molte persone che hanno vissuto una separazione con la propria terra d’origine. Per questo motivo, nella mia musica ricerco spesso quel calore in maniera nostalgica. Avrei tanti ricordi da rispolverare, ma credo innanzitutto di essere una persona abitudinaria che ama la ripetizione e la tradizione; quindi, sono i dettagli e le abitudini che ritrovo ogni anno a regalarmi maggiore emozione e stupore. Ce ne sono molti che mi stanno a cuore, ma forse l’emozione più forte è tuffarmi in acqua ogni volta come se fosse la prima, nuotare in apnea sul fondale e abbandonarmi, dopo un anno di rumore in città, al silenzio del mare.

E poi c’è Bologna, la città dove hai studiato al Conservatorio e attualmente vivi. Come ha inciso il capoluogo romagnolo sul tuo percorso? 

Bologna in Italia è un porto di mare: tutti ci passano e tutti ne restano stupiti per l’energia che regala e, se non sei ben centrato, ha anche il vizio di intrappolarti in una spirale di divertimento. Io a Bologna devo tantissimo: se la Puglia mi ha dato i valori e la stabilità per costruire la persona che sono, Bologna mi ha dato gli strumenti per diventare quello che volevo. Vivo in questa città da 10 anni e ho conosciuto persone incredibili non solo musicalmente, ma anche umanamente, per ricchezza di vissuto e diversità di personalità. Al Conservatorio ho avuto la fortuna di trovare amici, oltre che colleghi, con cui continuo tuttora a far musica: per esempio Antonio Rapa, che suona con me alla batteria, l’ho conosciuto proprio in classe 10 anni fa; come anche Filippo Bubbico, con cui collaboro da sempre. È con lui che ho lavorato alla produzione di Duale.

Parliamo proprio di Duale, il tuo EP di debutto pubblicato nel 2023. A quale dualismo intendevi dar voce?

 Duale è una raccolta di tanti momenti degli ultimi 5 anni, in cui il tema della dualità nell’affrontare la vita mi è tornato spesso in mente. Mi sento una persona “duale”, nel senso che la mia personalità è scissa tra una forte componente razionale, che mi guida nell’affrontare la vita di tutti giorni, e una grande spontaneità e impulsività, che viene fuori nella musica quando ho un’idea o mi esibisco sul palco. Duale è poi il mio modo di affrontare il dolore, che, come ho scritto nel testo del brano Ombre, è sia forza distruttrice che perno per il cambiamento. Duale è anche il modo in cui i miei brani sono stati concepiti: con un’improvvisa intuizione iniziale, seguita da un’idea precisa di come svilupparla e cosa comunicare. Insomma, nonostante creda più in un mondo “multipolare”, ho sempre trovato affascinante il concetto di dualismo.

Anche la tua carriera è segnata da un certo dualismo: porti avanti in parallelo il tuo progetto solista e quello con i Westfalia, band con cui nel 2021 hai partecipato a X Factor. Come riesci a conciliare questi due progetti? E come cambia la tua personalità artistica, se cambia, tra l’uno e l’altro?

Quella di questi due progetti è una dualità un po’ parziale. Sicuramente, quando canto e scrivo con i Westfalia viene fuori un lato della mia personalità più ironico, cinico e rabbioso, che però è frutto di una coscienza collettiva. Il più grande pregio dei Westfalia è proprio che siamo, anacronisticamente, una band vera: tutto il processo creativo viene svolto insieme e, quindi, anche nella parte autoriale si manifesta una volontà di gruppo. I Westfalia puntano poi a un campionato internazionale che forse avrei più timore di affrontare in solitaria, ma che allo stesso tempo mi permette di suonare tanto all’estero e arricchirmi di nuovi stimoli che poi riverso anche nel mio progetto solista. In questi anni, la cosa più bella di aver portato avanti due progetti musicali in contemporanea, e in maniera sana, è stata la possibilità di rinnovarsi continuamente prendendo un po’ dall’uno e un po’ dall’altro: quando abbiamo scritto l’ultimo disco dei Westfalia, per esempio, ho esplorato artisticamente dei mondi che ora sto portando anche nel nuovo lavoro discografico come De.Stradis; la stessa cosa accade spesso anche all’inverso.

Il brano con cui sei stato selezionato per il Concerto dei Finalisti mi fa pensare che la tua musica sia molto visiva: sembra nascere da uno spiccato spirito di osservazione e voler creare, appunto, immagini sonore. È così? Se sì, che immagine di te vorresti lasciare al pubblico di Musicultura?

Nella musica mi piace molto trasmettere attraverso le citazioni. È una caratteristica che credo di aver assorbito, anche se in maniera molto diversa, dai primi dischi di Caparezza, artista che mi ha folgorato al liceo. Forse, quando in Quadri d’autore canto «i miei occhi hanno la tua firma» rivelo inconsciamente questo mio guilty pleasure. Questo è per ora il pezzo più sincero che abbia mai scritto, ci tengo molto. La prima immagine che ci vedo è il movimento dell’acqua paragonato a quello della gente che si muove fluidamente per le strade. È questa, forse, l’immagine di me che vorrei lasciare al pubblico di Musicultura: un riflesso nitido su uno specchio d’acqua calma e trasparente, che mostri la mia copia più sincera.


 

«Un’occasione da non perdere»: così PORCE vive la sua esperienza a Musicultura

Sembra correre in equilibrio su due binari la vita di Emiliano Porcellini, in arte PORCE: è un tecnico informatico, ma da qualche anno ha intrapreso la strada del cantautorato. Complici la pandemia e la nascita di sua figlia, ha riscoperto la passione per la musica e ha iniziato a dedicarsi alla scrittura delle sue canzoni, tra le quali La fine della festa, brano grazie al quale è tra i finalisti di Musicultura 2024. Quello del Festival è il suo primo palco; lo condivide con due musicisti incontrati per caso, che pur appartenendo a una generazione diversa “parlano la sua stessa lingua”. Di tutto questo ci racconta nell’intervista rilasciata alla redazione “Sciuscià”.

Sei un tecnico informatico e la tua esperienza artistica è nata di recente, durante i periodi di lockdown: è allora che hai scelto di dedicarti di nuovo agli strumenti musicali che tanto ti avevano appassionato da piccolo; è allora che hai cominciato anche a scrivere canzoni. È stata solo una questione di maggior tempo a disposizione o è un’altra la molla che è scattata?

Il sovrapporsi di due circostanze particolari, ovvero la nascita di mia figlia Eva Luna e l’arrivo del Covid, mi ha obbligato a rimanere per molto tempo tra le mura di casa, dandomi la possibilità di riscoprire una passione mai sopita a cui potermi dedicare senza orari. Questo mi ha permesso dapprima, con un po’ di fatica, di riordinare le idee per capire cosa fare, successivamente di dedicarmi alla scrittura di testi e musiche, che a volte erano solo delle bozze, ma che spesso prendevano la forma completa di una canzone. La sorpresa e la soddisfazione di vedere appunto che i pezzi che si completavano mi hanno dato l’impulso per insistere e proseguire. Il fatto che – non sempre, alcune volte – c’erano delle canzoni che nascevano e si completavano in una sola sera mi ha fatto riflettere ed è stata probabilmente la vera molla che è scattata. In ogni caso, in quel periodo non pensavo minimamente che avrei potuto suonarle e cantarle io.

Musicultura è la tua prima esperienza su un palco; cosa significa approcciare a un contesto come quello del festival e perché hai scelto di partecipare?

Ho scelto di partecipare perché volevo avere un confronto esterno per capire se quello che stavo facendo poteva avere un significato anche per altri e non solo per me.  Musicultura mi è sembrata subito un’occasione da non perdere e senza pensarci più di tanto mi sono detto: “Perché no?”.

Ancora a proposito di palco: i musicisti con cui lo condividi sono molto più giovani di te. Come vi siete conosciuti, cosa vi ha portati a decidere di percorrere questo pezzo di strada insieme e qual è il rapporto che lega due generazioni diverse?

Ci siamo incontrati una prima volta casualmente nel luogo in cui lavoro per la riparazione di un computer che aveva come sfondo del desktop una loro foto mentre suonavano e ne abbiamo parlato. Quando, tempo dopo, il caso li ha fatti tornare una seconda volta, ho preso l’iniziativa e abbiamo iniziato a vederci in una sala prove nella via accanto per cercare di dare forma alle mie canzoni. Probabilmente ci lega la passione per un certo tipo di musica che attraversa il rock, il jazz e la musica sinfonica e che paradossalmente non c’entra molto con le canzoni che proviamo a costruire.  Anche se apparteniamo a due generazioni diverse, mi sembra che parliamo la stessa lingua. Mi ritengo molto fortunato ad avere incontrato dei ragazzi che oggettivamente sono musicalmente molto più avanti rispetto alla loro età anagrafica.

In La fine della festa, brano con cui sei in concorso a Musicultura, scrivi: “Sono l’angelo dei ricordi, ma solo di quelli che fanno male”. Perché questa scelta? È qualcosa di autobiografico che spinge ad abbandonarsi a memorie che feriscono o questa frase sottende altro?

Il brano La fine della festa è caratterizzato da frasi il cui soggetto è la guerra in senso lato.
Ognuna di queste dà vita a un’immagine che prende senso dalle rappresentazioni che il mio vissuto ha conservato di questa specie di calamità che attraversa la storia dell’uomo. Solo a tal proposito si può dire che il testo conserva qualcosa di autobiografico, non per esperienza diretta, ma per conoscenza mediata dei fatti accaduti nel passato e che anche oggi si ripetono, cercando di lasciare comunque una certa libertà di interpretazione all’ascoltatore. Per esempio, la frase “Sono il ghigno del lupo appena dentro all’ovile” fa riferimento specifico all’agghiacciante dichiarazione di Joseph Goebbels al primo ingresso, nel 1928, dei nazisti in parlamento, “Stiamo entrando come lupi nell’ovile”, ma funziona comunque anche se interpretata letteralmente. Che “la guerra” sia il fulcro su cui poggia tutto il testo viene suggerito alla fine del brano, nel rimando a La guerra di Piero, in cui i “papaveri rossi” si trasformano senza veli in “cadaveri rossi”.

Stai lavorando a un progetto che uscirà quest’estate: cosa dobbiamo aspettarci?

Al momento non ho ancora modo di rispondere compiutamente a questa domanda; spero solo di riuscire a pubblicare sulle principali piattaforme alcune canzoni, ovvero un mix di pezzi cantautorali e di brani pop rock un po’ più leggeri, e di proseguire con una certa regolarità a pubblicarne di nuovi.


 

«In movimento mi sento particolarmente vivo»: “I mirabolanti racconti di Tommi Scerd”

Tommaso Montarino, in arte Tommi Scerd, è giovane bresciano – nomade di destinazione, però – che con il suo brano Mela 5 si è aggiudicato un posto tra i diciotto finalisti della XXXV edizione di Musicultura. Dice di cacciarsi spesso in situazioni assurde, è stravagante, sempre in cerca di nuove avventure e di sfumature in cui muoversi in diagonale, costantemente in viaggio. E tutti questi elementi sembrano essere racchiusi nel titolo del suo primo album, I Mirabolanti Racconti di Tommi Scerd. Proviamo a farcene anticipare qualcuno con questa intervista. 

Partiamo dalla tua nota biografica, nella quale scrivi: “Tommi Scerd vi racconterà di essere un cantautore e potrebbe anche convincere alcuni di voi. Non credetegli, perché questo ragazzo non sa niente, né chi è e nemmeno che sta facendo”. Sembra quasi tu voglia scappare dalla consapevolezza di te. Perché?

La musica funziona quando ci si diverte, ma c’è anche da dire che per funzionare deve rispettare molti parametri, spesso poco divertenti. In questo ambito, infatti, bisogna sapere chi si è e cosa si sta proponendo, quale genere, quale target, con quali tempistiche pubblicare e chi tenersi vicino nel farlo. Toglie tanto divertimento, quindi non appena trovo una sfumatura in cui posso muovermi in diagonale io lo faccio, compresa la bio. E poi a pensarci bene lo penso davvero.

Genova è la città in cui vivi. Ed è la città di Fabrizio De André, primo firmatario del Comitato Artistico di Musicultura, di Gino Paoli, Luigi Tenco, Bruno Lauzi. Muovere in un contesto così importante per il panorama musicale italiano ha in qualche maniera influito sulla tua scelta di essere un cantautore?

Mi sono trasferito a Genova da Bologna due/tre anni fa: sono originario di Brescia, ma nomade di destinazione. Sicuramente con la mia ragazza siamo finiti proprio lì e non da un’altra parte anche per l’atmosfera che si respira, che è legata alla storia musicale della città e che ha nutrito le canzoni a sua volta.

Genova, ancora: è lì che sei stato cameriere tra i vicoli e – faccio appello di nuovo alla tua bio – “apprendista di vita di strada di un uomo che viveva su una bicicletta”. È un’immagine molto bella, che restituisce il quadro di un vissuto volutamente intenso. Come quel vissuto entra nella tua musica? Bussa, chiede permesso o si fa largo con prepotenza? 

Mi caccio spesso in situazioni assurde, per curiosità, per sfida, per sfortuna. Provo emozioni forti e faccio ragionamenti che mi piace poter condividere. Le mie canzoni sono state per molto tempo autobiografiche e di autoanalisi; il mio vissuto le ha attirate verso me e io mi son lasciato guidare a mia volta in tante occasioni.

“Io non ho più suole, dovrei cambiarmi le scarpe, sembro distante ma guarda, non parlarmene di ritornare a casa”, scrivi in Mela 5, brano che ti è valso l’ingresso nella rosa dei 18 finalisti di Musicultura. Hai viaggiato molto, tanto da consumare le scarpe, e sembra tu non abbia alcuna intenzione di fermarti. Parti per sola sete di conoscenza, per osservare il genere umano nella sua interezza, o è altro che ti porta a non riuscire a star fermo in un posto?

È una serie di fattori che non saprei riassumere con nitidezza. L’effetto percepibile alla fine della catena dei perché è che in movimento mi sento particolarmente vivo, perché mi sento alla ricerca. Sono in cerca di punti di vista originali per guardare la realtà, perché penso che fornirli sia il fine ultimo dell’arte. E siccome mi sento un addetto a questo ambito, ho bisogno di sentirmi utile e all’opera.

I Mirabolanti Racconti di Tommi Scerd è il titolo del tuo primo album, che dovrebbe uscire a breve. Cosa dobbiamo aspettarci da questo progetto?

Sarà un album in cui la parola e la musica hanno la stessa importanza. Le parole comunicano la trama, di racconto in racconto, ogni canzone col proprio messaggio. La musica è l’ambientazione: un po’ moderna, coi suoni fatti col computer, un po’ antica, con chitarra, basso e cori, e un po’ sperimentale, perché non si rifà consapevolmente a nessun modello.


 

“Musicultura? È il mio habitat”: a tu per tu con Anna Castiglia (e pure con “Ghali”)

Città diverse; forme d’arte diverse; esperienze diverse: la carriera di Anna Castiglia è puntellata di molteplicità. E di fasi che coincidono col passaggio da un posto all’altro: da Catania, luogo di nascita in cui scopre la passione per la musica e inizia le prime sperimentazioni, a Torino, scenario di crescita professionale e concretizzazione di un sogno, fino a Milano, metropoli ancora da scoprire. E ora? Ora Musicultura, perché il suo nome è tra quelli dei finalisti della XXXV edizione del concorso e Ghali il suo brano selezionato dalla giuria del festival. Il pezzo affronta alcune tematiche della società contemporanea, tra cui il rapporto che c’è tra le nuove generazioni musicali e quelle legate a una modalità espressiva che guarda di più al passato. Ci racconta proprio di questo, e di molto altro, in questa intervista.

Partiamo dagli albori: quale è stato il momento in cui hai capito che la musica sarebbe diventata una parte fondamentale della tua vita?

Ho capito di poter e voler fare questo nella vita a Torino, quando mi sono trasferita a 18 anni. La città è piena di locali ed eventi per emergenti, vedere concretamente qualcuno/a che cantava le proprie canzoni per lavoro ha fatto credere anche a me di poterlo fare. La passione è nata molto prima, a Catania, quando ero piccola, ma prima di uscire dalla stanzetta restava sempre un sogno. Ancora lo è ma lo sento più concreto e necessario, non mi immagino in altri panni.

Non solo cantautorato: l’arte sembra abbracciare il tuo percorso in molteplici forme.  Non a caso, tra i vari studi che hai fatto c’è anche quello di recitazione. Come ha influenzato il tuo modo di stare sul palco? 

In realtà, se ci penso, è arrivata prima la recitazione della musica perché i miei genitori hanno fatto entrambi teatro; anche io e mia sorella da piccole abbiamo fatto qualche commedia dialettale. La recitazione, così come la danza, è utilissima alla musica; e la musica è utile a recitazione e danza. Conoscere anche le altre discipline è stato ed è tutt’ora fondamentale per me. Il mio progetto futuro e più grande è realizzare uno spettacolo musicale, non un musical, che possa contemplare le discipline, anche il tip tap. Quindi una sorta di varietà con monologhi musicati, canzoni e danze.

E se l’arte non è una sola, nemmeno le città lo sono: nel corso della tua vita ne hai cambiate diverse, passando da Catania a Torino, per poi approdare a Milano. Quanto differiscono le scene musicali di questi tre posti e che input hanno dato, o stanno dando, alla tua produzione artistica? 

Le scene musicali sono spesso legate alla città in cui nascono. A Catania ho fatto la prima gavetta, quella delle cover e del piano bar, dei cavi aggrovigliati e dei mixer non funzionanti, Insomma, ho imparato l’arte di cavarsela e dell’intrattenimento. Fare tante cover è un ottimo modo per imparare a suonare ma anche ad arrangiare e comporre; quindi, il periodo catanese è stato fondamentale. La scena Torinese è molto definita ma anche variegata; come accennavo poco fa, ci sono tantissimi posti in cui suonare e in cui ho suonato. È qui che colloco la seconda gavetta, quella più professionale e burocratica, delle ritenute d’acconto e dell’esenzione; ho imparato a lavorare. Invece la scena Milanese è nuova per me, non sto avendo modo di sviscerarla in tutti i suoi localini perché sono qui da poco, perché mi sono catapultata in un’altra fase e perché al momento sono in tour in tutta Italia, però da pubblico ovviamente la conosco e noto un carattere molto metropolitano ed europeo, c’è di tutto.

Il brano Ghali, selezionato da Musicultura per il tuo ingresso nella rosa dei 18 finalisti, parla di problematiche e contraddizioni della società odierna. Vi fanno capolino, per esempio, la disoccupazione e la facilità con cui un giudizio può essere influenzato dal pensiero altrui. Cosa ti ha spinto a scegliere proprio queste tematiche?

Volevo scrivere una canzone che parlasse dello scarico delle colpe. Di chi si sente vittima di qualunque cosa, anche delle cose inanimate, perché incapace di assumersi le proprie responsabilità. Accusare, per paura di essere accusate/i, denigrare e affibbiare uno stereotipo o una colpa storica: questo mi ha spinta a scrivere Ghali. Si chiama così perché anche noi cantautrici/cantautori di “vecchio stampo” diamo spesso la colpa alla trap o ai nuovi generi per i nostri insuccessi. Ma non è certo colpa di Ghali se le nuove generazioni si sentono spesso più rappresentate da quel genere e da quei temi, non è proprio una colpa, è normale.

Il tuo curriculum è nutrito di esperienze anche molto diverse tra loro. E adesso approdi anche a Musicultura. Cosa rappresenta questo festival per Anna Castiglia?   

Musicultura rappresenta un traguardo, dato che seguo il festival da anni e ho sempre sognato di parteciparvi, ma anche uno schieramento: sottolinea un po’ il mio habitat in un periodo in cui ho fatto anche cose lontane da me, come il passaggio in televisione (X-Factor, ndr); poi sono contenta di aver conosciuto nuovi ambienti e aver cambiato forma, mai contenuto, però sicuramente Musicultura per quello che faccio e voglio fare è il massimo.


 

“In debito” col rap che lo fa sentire vivo: intervista a FALCE

FALCE, all’anagrafe Alberto Falcetta, classe ’95, cresce nella provincia torinese. A 20 anni inizia a cimentarsi con il suo genere preferito, il rap. Per sperimentare anche al di fuori del suo progetto da solista, nel 2022 fonda insieme a un suo amico il collettivo North Flow, che attualmente raccoglie venti artisti. Con il brano In debito si è aggiudicato un posto tra i finalisti della XXXV di Musicultura e proprio alla redazione del Festival racconta ora del suo percorso nel mondo della musica, delle sue esperienze e di un domanda – preziosa nella sua semplicità – dalla quale tutto è scaturito: “Perché non provo anche io?”.

Guardiamo un attimo indietro: quand’è che Alberto Falcetta ha deciso di diventare FALCE e perché?

Domanda non banale. Quasi dieci anni dopo sento che sto appena iniziando a sfiorare il “perché” lo faccio. Quindi partiamo dal come. Ho iniziato a rappare a 20 anni, dopo praticamente tutta una vita passata come fan del genere. Ho iniziato chiedendomi: “perché non provo anch’io?”. Negli anni mi sono sempre chiesto perché avessi iniziato, trovando risposte sempre meno complesse. A oggi posso dire perché lo amo. Perché è la cosa che più mi fa sentire vivo, necessario, che dà quotidianamente un senso e una narrazione alla mia vita. Ogni giorno scopro cose nuove. Vi terrò aggiornati.

Scrivi canzoni e suoni fin da bambino, hai calcato numerosi palchi, sei molto attivo nella scena underground torinese, hai pubblicato quattro dischi. Insomma, la tua carriera artistica è ben nutrita. C’è una cosa, però, che leggendo la tua biografia pare renderti particolarmente orgoglioso: la fondazione del collettivo North Flow. Ci racconti di questa esperienza e di quello che rappresenta per te?

North Flow nasce a settembre 2022 come un progetto di coppia, iniziato col mio caro amico Francesco Gargantini Mezzena, rapper pinerolese classe ’96, conosciuto col nome di Mezzi Termini. Voleva essere un modo per noi di esprimerci al di fuori del nostro percorso artistico solista, permettendoci di sperimentare stili, parole e soprattutto di divertirci. Come una piccola palla di neve che rotolando diventa valanga, nel tempo è diventato un collettivo di 20 artisti, tutti della mia zona, che ad agosto 2023 ho riunito a casa mia per una session di produzione musicale lunga 3 giorni. Da quell’esperienza è nata una grossa cartella di provini, che puntiamo a trasformare in un mixtape da fare uscire entro il 2024. North Flow significa per me prendermi cura e sentirmi parte di qualcosa. Significa identità e orgoglio. Il mio sogno è che la NF diventi la più importante etichetta discografica in Italia, che sia fucina libera di talenti di ogni provenienza e gusto musicale. Sogno che la sua fiamma riattizzi il fuoco sacro della creatività più libera e spregiudicata, ché al momento sembra essercene molto bisogno.

In debito è la canzone in concorso a Musicultura 2024; il suo testo, nella parte inziale, recita: “Coscienza di Zeno al servizio degli altri”; poi, un riferimento a Oliver Twist. Insomma, Italo Svevo e Charles Dickens nello stesso brano. È inevitabile chiedertelo: che rapporto hai con la letteratura e come entra nelle tue canzoni?

Ho sempre letto, fin da quando ero bambino, e la letteratura, come ogni cosa su cui si posi la mia attenzione, entra nelle mie canzoni per essere masticata e sputata nei testi, con l’intento di renderla più digeribile per chi ascolta. Come fanno gli uccelli coi loro piccoli. È il bello della musica.

Porti il rap sul palco di Musicultura, con due esibizioni in teatro: una al Lauro Rossi di Macerata, in occasione delle Audizioni Live, l’altra al Persiani di Recanati, per il concerto di presentazione dei finalisti. Com’è esibirsi in un contesto così diverso da quelli che nell’immaginario collettivo sono solitamente destinati a questo genere?

È sempre una bella sfida. Negli anni ho fatto molte date e i live con davanti più di cento persone li conto sulle dita di una mano, forse due. Ma per me è sempre un’enorme soddisfazione quando, fuori da teatri come il Lauro Rossi, mi si avvicinano persone totalmente estranee al rap per dirmi che le ho in qualche modo toccate con la mia musica.

A proposito di rap, concludiamo quest’intervista con una richiesta un po’ sui generis: so che è quasi un paradosso chiederti di farlo per iscritto, ma ci regaleresti qui un pezzetto di freestyle, con le prime parole che ti vengono in mente, dedicato a Musicultura e alla tua esperienza al festival?

Niente paura, lo dico sereno

Musicultura 100 volte San Remo


 

Tra viaggi, musica e energia dell’universo, Nyco Ferrari si svela: “Sono fatto così”

Nyco Ferrari: oggi cantautore, ieri poeta, domani raver; da sempre, insaziabile viaggiatore. Sulla sua bio di Spotify scrive: «Le canzoni le trovo in giro […] suono le storie che ho raccolto come se rilegassi le pagine di un diario di viaggio». Per adattarsi alle diverse città in cui ha vissuto – Londra, Dublino, Parigi, Shangai, Milano, New York – all’occorrenza è stato anche cameriere. Il suo nome d’arte, infatti, è nato nella cantina di un ristorante a Central Park, alla vista di uno scatolone di Pepsi con su scritto “NY-Cola”. Da lì è partito tutto. Un progetto artistico dove raccoglie tutti i souvenir musicali presi in giro per il mondo e li unisce in una formula che contempla l’indie, il pop, il jazz, il cantautorato e l’elettronica; le scale armoniche minori arabeggianti e le ballate celtiche; la profondità dei testi intimi e la leggerezza del sound dance che fa alzare tutti in piedi e ballare. Il risultato è una musica che muove da un’energia vitale e, come un rituale, connette le persone con il senso profondo dell’esistenza e le rigenera. Il brano che canterà al Concerto dei Finalisti 2024, Sono fatto così, è un vero e proprio biglietto da visita: una dichiarazione programmatica grazie alla quale Nyco Ferrari si racconta con grande sincerità. Un po’ come fa in questa intervista.

Nyco Ferrari: oggi cantautore indie-pop, ieri studente e poeta, domani raver. Scrivono di te che le parole “rito”, “connessione” e “rigenerazione” racchiudono la formula della tua musica. Ci dici di più di questo?

Ha a che fare con la mia visione del mondo. Credo molto nell’energia che ci pervade in quanto esseri umani, e che questa sia la stessa energia di cui è fatto l’universo. La musica, l’arte, come mille altre discipline, ci permettono di riconnetterci a questa energia, ritrovando il senso di quello che facciamo. Diciamo che vedo la musica come un rituale che connettendoci all’universo ci rigenera.

Sulla tua bio di Spotify scrivi che il tuo nome d’arte è nato nella cantina di un ristorante di New York, alla vista di uno scatolone di Pepsi Cola con su scritto “NY-Cola”. È partito tutto da lì. Ti va di raccontarci la genesi del tuo progetto musicale nella Grande Mela?

Sono arrivato a New York due mesi dopo aver pubblicato un album intitolato Sipario, sotto il nome d’arte di Nicola Savi Ferrari. Ma nella Grande Mela tutto è veloce, tutto è pratico, funzionale. E quella musica, quell’identità dal doppio cognome, era troppo pesante per trovare il suo posto fra gli ingranaggi impazziti di quella grande macchina. Lì, dondolando come un pendolo tra il ristorante a Central Park dove lavoravo e le jam session del Greenwich Village, ho dovuto semplificarmi. Quello scatolone marcio di Pepsi Cola mi ha ribattezzato, e due giorni dopo sono andato in un famoso pub irlandese a Times Square a propormi per un concerto. Al proprietario, un vecchio irlandese dall’accento forte, ho stretto la mano dicendo «Hi, I’m Nyco Ferrari», e quello mi guarda e fa: «nice name». Lì ho capito che era appena nato un nuovo me musicale.

Sei un insaziabile viaggiatore, sempre in giro per il mondo: a 19 anni hai lasciato tutto e sei partito per Londra, poi Dublino, Parigi, Shangai e la già citata New York. Quali sono i souvenir più significativi – sia nel senso di influenze musicali, che di oggetti materiali – che hai portato con te dalle città dove hai vissuto fin ora?

A Londra ho ballato la drum and bass di Camden Town. A Dublino ho ascoltato le ballate celtiche nei pub di Temple Bar. A Parigi ho riempito il cuore di Aznavour, fisarmoniche sotto i ponti e canzoni di cantautori di tutto il mondo che ogni martedì sera si riunivano dietro al Pantheon per cantare all’open mic del Petit Bonheur la Chance. Ma già in Francia pendolavo tra il ristorante dove lavoravo e il jazz del Duc de Lombards. A Shanghai ho provato ad ascoltare il jazz a Xin Tian Di, ma mi annoiava; preferivo ascoltare i vecchi cantare canzoni con un sacco di “OO” e di “AAA” nei parchi o i suonatori cechi di Er Hu nelle stradine turistiche. E poi, a New York, tanto, tanto, tanto, tanto, jazz. Ma anche vivere a Milano è stato un viaggio continuo. Per me è una città di musicisti e di cantanti, ed è grazie a lei che ho capito chi volessi essere davvero come artista.

Gli arrangiamenti, le strumentazioni e il ritmo tribale di alcuni tuoi brani, invece, rivelano delle influenze arabe e africane. Come ti sei avvicinato al mondo mediorientale?

Credo che centrino alcuni viaggi fatti da bambino con i miei genitori, uniti alla mia visione di musica come rituale. Le scale musicali non occidentali, in particolare quelle legate al mondo arabo e mediorientale, mi riportano a un immaginario di sole cocente e terre lontane dove poter abbandonare la propria struttura metropolitana, riconnettersi ai sensi e, per rarefazione del mondo, al senso più vero dell’esistenza. Quando canto improvvisando su una di queste scale, chessò, un’armonica minore, viaggio. Con l’acustica giusta potrei andare avanti ore senza accorgermene.

Vivere è quello che sono / poi trasformare la vita in un suono”, canti nel brano con cui sei stato selezionato per il Concerto dei Finalisti di Musicultura. Si intitola Sono fatto così ed è un po’ il tuo bigliettino da visita. Come nasce l’esigenza di raccontarti in maniera così sincera e libera in questa canzone e nell’omonimo album?

Dopo New York, tornato in Italia, ho iniziato a pubblicare qualche singolo decisamente più pop rispetto alle mie canzoni pre-New York. Ma avevo l’impressione di non riuscire comunque, nonostante la musica più semplice rispetto a quella del primo album, a comunicare davvero con il mio pubblico. Un giorno, seduto su un molo, mi sono chiesto che cosa unisse i grandi cantautori ai loro ascoltatori e mi è parso subito chiaro: la sincerità. «Devo raccontarmi», mi sono detto, «o nessuno saprà mai il senso vero della mia musica». Nella testa mi si è formulato spontaneamente il primo verso, già in musica, di Sono fatto così: «Non ti ho mai detto chi sono». E da lì ho solo seguito il mio discorso, parlando a un ipotetico ascoltatore, per poi proseguirlo negli altri nove brani dell’album.


 

Helle a Musicultura: «Scrivo per non sentirmi sola, pubblico per essere amica di qualcuno»

“Ho percorso tutte le strade del mondo, poi ti ho trovato all’ultima curva”: canta così Helle nel suo brano Lisou, pezzo che presenterà al concerto dei 18 finalisti di Musicultura 2024. Effettivamente, di strade ne ha percorse parecchie, riuscendo a trovare una sua dimensione artistica: la scrittura che diventa condivisione, la libertà che prescinde dalle aspettative, il connubio tra poesia e musica. Ecco come si racconta alla redazione “Sciuscià”.

Per te non è la prima volta Musicultura: hai già preso parte alle Audizioni Live della scorsa edizione. Cosa è cambiato da allora e cosa ti ha spinto nuovamente a partecipare?

L’esperienza di per sé è meravigliosa, non ci ho messo molto a desiderare di parteciparvi ancora. Quest’anno ho portato un genere diverso, più consono, forse, alla mia esperienza artistica. Sono infinitamente grata che abbia incontrato un maggiore riscontro.

Lisou è il brano che ti ha portata a essere tra i finalisti di questa edizione del Festival. E sempre a proposito di Audizioni, proprio in quell’occasione hai dichiarato quanto sia a volte difficile proporlo al pubblico per via della dimensione privata, e anche di sofferenza, a cui fa riferimento. Come riesci a scrivere del tuo dolore? E come vivi, poi, la sua condivisione in musica?

La condivisione è un momento di gioia, di giustizia, per così dire. Scrivo per non sentirmi sola, pubblico per essere amica di qualcuno. Quando accade, ne sono estremamente felice.

Lo scorso maggio è uscito il tuo ultimo album, La liberazione, col quale – in chiave folk e con un linguaggio semplice ma deciso – ti fai portavoce della necessità di un ritorno allistinto e alla libertà primordiali. Ti fidi sempre del tuo istinto? E in cosa ti senti, e non ti senti, libera?

Non mi fido per niente! È per quello che poi, quando lo ascolto, diventa liberatorio, ci si lascia un po’ andare. Abbiamo tante redini – talvolta necessarie – che ci costringono in luoghi a volte anche angusti. Mi sento libera quando non provo colpe, o aspettative.

Di recente hai pubblicato anche una raccolta poetica, Carovane. Ci racconti di questa esperienza e del fil rouge che, nella tua vita, collega queste due forme d’arte, la musica e la poesia?

Non c’è un confine esatto, da un punto di vista poetico: le due forme d’arte si uniscono e confondono. L’immagine è ciò che lega ciò che faccio, è il motore pulsante della mia scrittura, per così dire.

Siamo nel contesto giusto, salutiamoci facendo appello proprio alla musica: ti va di chiudere quest’intervista citando il frammento di un brano (italiano) al quale sei particolarmente legata e spiegandoci il perché della tua scelta? 

“Ho percorso tutte le strade del mondo, poi ti ho trovato all’ultima curva”.

Cercate sempre la felicità, credeteci, camminate finché non avete visto ogni angolo del vostro animo. E datevi del tempo.


 

«Alec Temple se ne frega, guarda il cielo» e canta la sua “Cenere”

“Solo le briciole e un sole che non scalda più”: ecco un estratto di Cenere, brano con cui Alec Temple è alle finali di Musicultura 2024. Nelle risposte che dà a questa intervista, però, sembra che il sole ancora scaldi molto e che le briciole diventino sempre più numerose, fino a poter sfamare. L’incontro con Michela Murgia, Cremona e il resto del mondo, sogni e desideri, la sinergia dei suoi processi creativi: ecco come si racconta l’artista alla redazione “Sciuscià”.

Sul palco delle Audizioni Live hai spiegato che il tuo nome d’arte nasce dall’ascolto di un podcast di Michela Murgia, che hai avuto l’occasione di incontrare. In che circostanza vi siete conosciuti e in cosa ti ha ispirato?

Era in visita a Bologna in occasione di un festival quando ancora studiavo lì. Sono sempre stato un suo grande ammiratore, così le scrissi su Instagram se avesse voglia di prendersi un caffè con me. Mi ha invitato a fare colazione e ci siamo ritrovati a costruire mondi. A lei devo molto, al di là dell’ispirazione per il mio nome d’arte. Sento che mi guida ancora in mezzo alle domande di tutti i giorni e mi ricorda la bellezza della complessità. È in tutta la mia musica, come tutte le persone speciali della mia vita.

Vieni da Cremona, la città più inquinata d’Europa, come leggiamo nella tua biografia: quanto ha influito questo scenario nella tua produzione artistica?

Cremona per me rappresenta un grande paradosso. Mi manca quando ci sto lontano e inizio a odiarla quando ci rimango per più di tre giorni. Il luogo dove nasci ti contamina, e non puoi levartelo di dosso. E a volte, al di là del primato reale per la scarsa qualità dell’aria, questo luogo ti inquina l’anima, ti rallenta, ti priva di una visione d’insieme. Solo andando via da lì ho capito che, in fondo, ha anche un carattere buono e protettivo. La mia musica nasce lì, nello studio del mio producer VAGO XVII, e se l’ispirazione è anche una questione di geografia, lì ce n’è tanta.

Nel brano Cenere, selezionato per il concerto dei finalisti di Musicultura 2024, racconti del dolore vissuto da una tua cara amica. Pensi che la musica sia un canale efficace per empatizzare con le emozioni altrui? Come sei riuscito a trovare le parole giuste per raccontare qualcosa che non ti ha toccato in prima persona?

Penso che la musica sia semplicemente uno dei tanti linguaggi per entrare in contatto con la propria profondità e con quella degli altri. Quando vedo la gioia, la tristezza, la noia dentro di me o negli occhi di qualcuno, il mio cervello inizia subito a sintetizzare le informazioni emotive in una melodia, in una strofa. In questo caso ho visto un’impotenza e una disperazione che mi hanno letteralmente trafitto. Così è arrivata Cenere; volevo un brano osseo, una produzione essenziale, che lasciasse spazio al grido della voce.

Passiamo, invece, ai brani autobiografici e al loro processo di scrittura. Come traduci in musica le tue esperienze personali, le tue emozioni, la tua storia?

Quando il ragazzo di turno mi lascia, il mio produttore VAGO XVII si strofina le mani e mi aspetta in studio. Scherzi a parte, da tre anni a questa parte le canzoni sono diventate il mio diario di bordo, una linea del tempo con tutti i momenti salienti di quello che vivo. Il processo creativo solitamente è sinergico: le parole arrivano insieme ai primi accordi, ai primi suoni; vedo le mie canzoni come esseri viventi che crescono piano, ricordi che diventano via via più vividi.

Hai definito la tua anima come priva di doveri e custode di tutti i tuoi sogni; quali sono questi sogni? 

Alec Temple non è solo il mio nome d’arte; è anche tutto ciò che voglio essere. Alessandro è una persona che si sente in colpa se a fine giornata non ha fatto abbastanza, è la parte di me che ascolta la mamma quando dice che una sedia calda in ufficio bisogna tenersela stretta. Alec Temple se ne frega, guarda il cielo, fa quello che vuole, sogna di poter passare più tempo possibile sul palco. È l’alter ego che mi ha salvato dalla monotonia; per questo, ora, sento di volermi prendere cura di lui e farlo cantare più forte che mai.