«Musica, testo e nient’altro»: Nico Arezzo si racconta così

Nato a Modica ma adottato dai portici di Bologna, con un passato da tutto-fare per palchi e concerti di altri, si fa conoscere al Festival Show all’arena di Verona e nell’edizione 2017 di X-Factor. Ora, Nico Arezzo è tra i finalisti di Musicutura 2024, che affronta – svela – come una nuova possibilità di presentarsi al pubblico, ma con una diversa consapevolezza. Il pezzo selezionato dalla giuria del Festival, Nicareddu, racconta in maniera fiabesca della sua Sicilia, anche perché – spiega in quest’intervista rilasciata alla redazione “Sciuscià” – le sue storie sono pensieri che ha scelto di non lasciar scivolare. E una casa è difficile da lasciar andare.

Nel 2017 hai vinto il Festival Show all’Arena di Verona; nello stesso anno hai anche partecipato a X-Factor. Come sei cambiato nel lasso di tempo che porta a oggi e come stai vivendo l’esperienza di Musicultura? Cosa rappresenta questo festival nel tuo percorso?

Sono passati sette anni, sono state esperienze incredibili ma che ho vissuto da diciottenne. In tutti questi anni sono inevitabilmente cresciuto, musicalmente e testualmente ho cercato di modellare un qualcosa che non aveva una forma. Non saprei dirti che forma abbia ma è qualcosa che riconosco come mia. Musicultura, al di fuori del pregio, è importante per me. Riesce a darmi di nuovo la possibilità di presentarmi ma con una consapevolezza diversa; oltre a essere un’esperienza divertente, è un palco che dà peso alla musica e al testo, senza andare a sporcarli con tante cose che distraggono. Musica e testo e nient’altro sono esattamente le cose su cui cerco di lavorare da anni e sono contento di fare parte di un evento che capisca questa esigenza e dia la possibilità di spiegare, o quantomeno provare a farlo, ciò che piano piano cerchiamo di modellare.

Alle Audizioni Live hai accompagnato la tua voce solo con una chitarra. Ti esibisci sempre così o ci sono contesti in cui scegli una dimensione un po’ meno intima?

Ho un brano nel mio album, che uscirà a breve, che inizia con una chitarra classica e delle voci leggere e finisce con una band emo-punk. Amo i contesti intimi, mi permettono di trasformare anche posti grandi nel salotto di casa. Fino a oggi li ho sempre cercati e continuo a portarli avanti, ma adesso, parallelamente, presento al pubblico un progetto nuovo e diverso, con la mia band, per permettermi di far ascoltare l’album in modo completo.

Rimaniamo ancora un attimo sul palco delle Audizioni. È lì che hai spiegato che Nicareddu, il brano con cui Musicultura ti ha selezionato tra i suoi finalisti, parla delle tue origini e del tuo percorso. Ecco, le tue origini, appunto: cos’è per te la Sicilia?

È casa.

L’altro pezzo che hai presentato al Festival è Spazzolino, col quale racconti come un oggetto d’uso quotidiano possa trasformarsi in input per un cambiamento significativo. Ti fermi molto a pensare ai cambiamenti che avvengono intorno a te? Quanto sono importanti nel tuo processo di scrittura?

Ne parlavo recentemente con un’amica. Credo che se si facesse caso alle cose che succedono attorno, ai pensieri strani che si fanno durante le giornate, ognuno avrebbe delle storie incredibili da raccontare. Il problema è che spesso scivolano. Non mi fermo molto a pensare ai cambiamenti, ma quando in modo assolutamente naturale arrivano me ne accorgo e li fermo in musica e testo. I miei testi, le mie storie sono pensieri che ho scelto di non lasciar scivolare.

Sei molto attivo sui social, che utilizzi in modo divertente, per esempio coinvolgendo chi ti segue nella creazione di qualche base musicale. Riesci quindi a rendere il tuo pubblico partecipativo anche in un contesto lontano dal palco, perché il pubblico per te è…

Non mi piacciono i social, ma ho la fortuna di avere un pubblico mediatico incredibile, divertente e presente. Mi fa venire voglia di progettare e pubblicare sempre idee nuove perché so che avrò una sua risposta sia sui social, sia sotto il palco. È il motivo per cui continuo a fare ciò che faccio.


 

“Va tutto bene” per Bianca Frau: «Con le mie canzoni mi metto a nudo»

Giovane cantautrice, classe ’94, con la sua terra d’origine – la Sardegna – sempre nel cuore, Bianca Frau non ha paura di affrontare nuove esperienze, nuove città e progetti musicali che la facciano crescere e migliorare. Del resto, “Scrivere canzoni mi dà la possibilità di esprimere quello che di più intimo c’è in me, senza nascondermi dietro false parole”, svela in questa intervista rilasciata alla nostra redazione.

Bianca Frau, artista sarda trapiantata a Bruxelles: quanto della tua terra d’origine c’è nelle tue canzoni e cosa ha significato allontanarsene e volgere lo sguardo verso una realtà completamente diversa?

Attualmente, in questo progetto che sto sviluppando in collaborazione con il produttore francese Jean Prat, l’unica cosa che potrete avvertire sulle le mie origini sarde è la mia voce. Ho deciso di partire per pura curiosità e con la voglia di crescere e apprendere tutto quello che l’opportunità di vivere all’estero può offrire. La Sardegna è sempre nel mio cuore, ma per ora ho messo da parte i progetti musicali che riguardavano la mia terra per concentrarmi a pieno su questa nuova esperienza.

Cosa resta è uno dei due pezzi in cui ti sei esibita durante le Audizioni Live di Musicultura. Il suo testo recita: “Forse è più semplice cantare il mio stato mentale che doverti dire parole, frasi disconnesse, senza senso, perdo il perché”. In un mondo in cui è sempre più difficile dare voce ai propri pensieri, soprattutto a quelli più intimi, quanto è importante per te riuscire a esprimerti? E quanto lo è evitando di perdere il perché?

Penso che poter esprimere i miei pensieri e le mie emozioni sia un bisogno vitale che a volte è censurato a seconda dell’interlocutore che ho davanti. Scrivere canzoni mi dà la possibilità di esprimere quello che di più intimo c’è in me, senza nascondermi dietro false parole perdendo, appunto, il “perché”. In quel momento il solo interlocutore sono io. Quando faccio ascoltare i miei pezzi, mi metto a nudo con la speranza che tutto ciò possa scatenare conforto, empatia e solidarietà collettiva.

Il brano che Musicultura ha scelto selezionandoti tra i finalisti della sua XXXV edizione, invece, è Va tutto bene, titolo che, a guardarlo ora, suona un po’ come un buon auspicio, visto che ti ha consentito di proseguire il tuo percorso al Festival.  Ecco, cos’è che ti porta, nella quotidianità, a dire che va tutto bene?  Cosa, per te, ha il sapore rasserenante di un buon auspicio?

Dico sempre che va tutto bene semplicemente per il timore di far pesare i miei problemi sugli altri. È più facile dire che va tutto bene piuttosto che dover spiegare cosa sta succedendo nella nostra vita. Tante volte ce ne convinciamo, trasformando il convenevole in un buon auspicio per noi stessi. 

Nel 2019 hai conseguito il diploma di primo livello in Canto jazz al Conservatorio di Sassari. Quanto questo genere musicale influenza la tua produzione artistica? Cosa pensi ci sia di jazz, inteso anche come emblema di improvvisazione, nei tuoi brani?

Il jazz influenza le mie composizioni più sul piano armonico e in termini di arrangiamento. Sicuramente c’è sempre qualche cellula melodica o ritmica che può far pensare al jazz, ma non è fatto consapevolmente. A livello melodico e strutturale rimango legata alla forma pop, che ho sempre amato anche durante la mia formazione jazz.

Torniamo a oggi; torniamo a Musicultura e salutiamoci così: dicci perché hai scelto di fare questa esperienza e cosa si prova a leggere il proprio nome tra quello dei 18 finalisti.

Ho scelto di fare questa esperienza per mettermi sicuramente alla prova e rimpiango di non averlo fatto prima, in quanto le audizioni hanno fatto riaccendere in me un fuoco che forse si era spento da tempo. Quando mi è stato detto che ero tra i 18 finalisti è stato molto emozionante.


 

Con Sandro Barosi in viaggio verso “Venezia di sera”

Un luogo è un insieme di persone e ricordi, azioni e sentimenti; condiziona la vita quotidiana, lascia tracce indelebili in chi lo vive. Lo sa bene Sandro Barosi: con i due brani presentati alle Audizioni Live di Musicultura ha voluto raccontarci proprio della sua città natale, Cremona, e di quella d’adozione, Venezia. La sua è una carriera intrapresa da appena qualche anno: è del 2021 la collaborazione con i fratelli Giacomo e Tommaso Ruggeri, musicisti e produttori cremonesi, dalla quale prende piede un progetto solista ora arricchito dall’uscita del singolo Un re, interamente autoprodotto, anticipazione del prossimo EP. Come da lui stesso ammesso, Musicultura è la sua “data zero”, un’occasione unica per farsi conoscere e far conoscere la sua musica attraverso il brano che è stato selezionato dalla giuria del Festival, Venezia di sera. Questa la sua intervista rilasciata alla redazione “Sciuscià”.

Partiamo così, a bruciapelo: cosa rappresenta per te un’esperienza come quella di Musicultura?

Musicultura per me è un inizio, una gigantesca data zero in cui presento per la prima volta il progetto più recente, rappresentato in questo caso da Venezia di Sera.

Ascoltando le tue canzoni e leggendone i testi sembrerebbe che il tuo percorso di scrittura parta dalle immagini. Qual è il tuo processo creativo? Cerchi di racchiudere in queste immagini esperienze ed emozioni passate o ti lasci ispirare da ciò che vedi?

Penso che ogni canzone nasca in modo un po’ unico. In una potrei lasciarmi suggestionare da una serie di immagini, mentre in un’altra magari cerco di raccontare un’esperienza in modo più ordinato, partendo da situazioni che mi sono accadute. Calvatown, il secondo brano che ho presentato alle Audizioni Live, può essere un buon esempio del primo caso, mentre Venezia di sera, il pezzo poi scelto dalla giuria del Festival, del secondo.

Ecco, appunto: il brano selezionato dalla giuria di Musicultura è Venezia di sera. È un pezzo intimo che con malinconia racconta di una persona ormai lontana. Quanto è importante per te la nostalgia? È qualcosa di negativo o positivo?

Diciamo che il valore del ricordo è potente sia in negativo che in positivo e, in questa canzone, ho cercato di sfruttare questo suo potere evocativo. Di certo il tono nostalgico lascia più che altro intendere una situazione di sofferenza per una storia finita. In ogni caso, per rispondere alla domanda, sono un tipo decisamente nostalgico. Di solito penso al passato con gli occhi tristi di chi vorrebbe tornare indietro a cambiare qualcosa o a riviverlo esattamente allo stesso modo, sempre con una punta di rimpianto.

Calvatown, l’altra canzone che hai presentato al Festival, è il divertente racconto di una provincia fatta di personaggi caratteristici che riesci a dipingere con ironia: è il racconto della tua Cremona. Cosa ti porti dentro della tua città?

Il mio paese è diventato nel tempo un mostro a due facce. Una che ti respinge e ti dice che se cerchi qualcosa sicuramente non la troverai lì tra le solite quattro strade, tra i soliti volti. L’altra che ti fa sentire la sua mancanza quando sei lontano perché, volente o nolente, sarà sempre casa. È stato il mio tentativo di descrivere questa sua attrazione dolce e minacciosa allo stesso tempo, che ti respinge e poi improvvisamente ti ritrovi intrappolato al suo interno e quasi ti piace.

A Macerata, in occasione delle Audizioni Live, ti abbiamo visto esibirti con la tua band in una performance caratterizzata da un affiatamento musicale notevole. Quanto incidono le persone che suonano con te nella tua proposta artistica?  

Due dei musicisti che suonano con me, Giaco e Tommy, sono anche i miei produttori. Le mie canzoni sono le loro canzoni e io ora non starei facendo quello che faccio se non avessero creduto in me. Quindi è presto detto quanto per me sia fondamentale la loro presenza sul palco. Anto, il bassista, è un loro amico d’infanzia che suona con loro da una vita e non potrei essere più felice che sia salito a bordo del vascello. Penso che siamo davvero una squadra fortissima.


 

E adesso sono “Guai”: i The Snookers tra i finalisti del Festival

Anita e Federico sono giovanissimi, eppure – con il loro disco di esordio, L’universo si arrende a chi è calmo, un concerto di apertura ai Marlene Kuntz e un tour in alcuni importanti locali del nord Italia – hanno già dimostrato di avere qualcosa da dire e soprattutto da suonare, aggiudicandosi un posto tra i finalisti di Musicultura con il brano Guai. Lui è riflessivo e meticoloso; lei precipitosa e impulsiva. Si conoscono nei corridoi di scuola e capiscono subito di avere un desiderio comune: fare musica. Nasce così un sodalizio artistico che porta il nome di The Snookers e che li spinge a chiudersi in studio per sperimentare, ascoltare, registrare, trovare un’identità che ora è tutta racchiusa nel primo disco.  «Mi annoia la gente tranquilla, io la voglio vedere urlare», scrivono in Rabbia, brano manifesto di questo lavoro, inno (o meglio, grido) che invita a combattere la passività, a non nascondere le proprie emozioni e reazioni, sia quelle più intime che quelle più esplosive: lo hanno spiegato, partendo dalla genesi del loro progetto, in questa intervista alla redazione di “Sciuscià”.

Fare musica insieme significa anche condividere idee, emozioni, progetti, valori. Come vi siete conosciuti e come avete capito che il vostro rapporto poteva funzionare anche artisticamente? C’è qualcosa in cui vi somigliate e qualcosa in cui, invece, siete complementari?

Ci siamo conosciuti nel 2018, quando suonavamo a degli eventi organizzati dal nostro liceo. Confrontandoci abbiamo capito di avere molto in comune, sia per quanto riguarda la musica che la vita in generale: grazie a questa sintonia è nato il progetto The Snookers. Avere dei gusti musicali simili, almeno secondo noi, non è una prerogativa strettamente necessaria per fare musica insieme; quello che è fondamentale – e che nel nostro caso ci accomuna particolarmente – è la visione globale della musica: come ci piace trattarla, dove prendere ispirazione, l’intento comunicativo.

Passando agli aspetti caratteriali, crediamo che a dare completezza al duo siano le nostre differenze: Federico ha una forte disciplina, è un ascoltatore accanito e solitamente lascia poche cose al caso nel processo creativo; Anita, invece, è molto istintiva, prende le cose di pancia e si lascia andare, trasportata da ciò che sente in ogni momento. Crediamo che questa combinazione di razionalità e irrazionalità sia la nostra forza.

Sul palco delle Audizioni Live di Musicultura avete dichiarato di essere delle persone abbastanza riservate e nella vostra biografia si legge che inizialmente scrivevate pezzi in inglese. Era un modo per “camuffare” le vostre emozioni, cercando di trattenerle in una dimensione più privata?

Abbiamo cominciato scrivendo in inglese perché gli artisti che ascoltavamo in quegli anni erano per la maggior parte americani o inglesi; in quel momento non credevamo che la lingua fosse uno schermo tra noi e gli ascoltatori.  Nel passaggio alla scrittura in italiano ci siamo accorti, però, di quanto sia difficile mettersi a nudo ed essere compresi fino in fondo: scrivere nella propria lingua permette di arrivare al nocciolo delle questioni e a volte, soprattutto se non si tratta di argomenti semplici, è complicato accettare che chiunque le possa capire ed esserne partecipe ascoltando una nostra canzone; pensandoci, crediamo di esserci accorti che l’inglese fosse una sorta di “maschera” solo a posteriori.

L’universo si arrende a chi è calmo è il vostro primo album e i nove brani che lo compongono spaziano tra sonorità diverse: dal rock al pop, dall’indie all’elettronica, fino ad arrivare a qualche accenno di rap. Quali sono i riferimenti musicali di un progetto così ricco e composito?

L’universo si arrende a chi è calmo è un insieme di canzoni scritte in anni diversi, segnati dalla sperimentazione sonora e da un ascolto abbastanza vario, nel tentativo di trovare la nostra identità. Attualmente stiamo ancora lavorando per affinare il nostro genere e il nostro suono. Il primo disco non è niente di più che la sintesi del nostro modo di vivere la musica di quel momento: appena abbiamo avuto l’occasione di frequentare uno studio di registrazione, ci siamo messi alla prova con tanti generi musicali e canali d’espressione per trovare ciò che più ci apparteneva e rappresentava. Abbiamo fatto di questo processo un disco.

Dai vostri testi traspare un rapporto altalenante con la calma: per voi, è sinonimo di equilibrio o di indolenza?

La calma è un tratto che reputiamo sicuramente forte, solitamente è una qualità di persone sicure e lucide. Nonostante questo, quando la situazione lo richiede, crediamo sia giusto anche seguire i propri istinti. A tal proposito, il ritornello del brano Rabbia si apre con la frase «L’universo si arrende a chi è calmo, ma poi muoiono tutti»; ciò che vogliamo comunicare è che la calma è senza dubbio una virtù, ma bisogna stare attenti a non trasformarla in passività, rischiando di essere calpestati: il messaggio che vogliamo trasmettere è semplicemente quello di farsi sentire e rispettare sempre.

‹‹Ma sei convinto che in qualche modo arriverai dove neanche sai ma dove ti spetta››, leggiamo dal testo di Guai, brano selezionato per il concerto finalisti.  A che punto del vostro percorso sentite di essere arrivati e cosa vi aspettate dall’esperienza di Musicultura?

Avere a che fare con la musica è una soddisfazione e una gioia a tutti i livelli: dalle prime demo in cameretta fino a Musicultura. Ovviamente, nel tempo abbiamo acquisito più esperienza, ma ogni giorno ripartiamo da zero con la stessa voglia di imparare e crescere.  A questo punto del nostro percorso ci sentiamo gli stessi che eravamo all’inizio, da una parte arricchiti dalle esperienze che si sono aggiunte negli anni, dall’altra proiettati verso nuove cose da fare.


 

Sotto “Il cielo” di Eugenio Sournia, «La sofferenza può portare alla bellezza»

“Quello che mi addolora è quando non mi sento in armonia”: recita così un pezzo de Il Cielo, canzone con cui Eugenio Sournia si è aggiudicato un posto tra i 18 finalisti di Musicultura 2024. Ma di armonia nelle risposte che ha dato a questa intervista sembra essercene molta. E pure di bellezza, che è principio da cui (ri)partire. Tra esperienze passate e stranezze adolescenziali, il passaggio da una band a un progetto da solista, le sfide presenti e la musica che porta all’accettazione di sé, questo il racconto che l’artista fa di sé alla redazione di Sciuscià.

Proviamo a cominciare collegando passato e presente: hai poco più di trent’anni, ma hai iniziato a scrivere canzoni sin da giovanissimo, quand’eri ancora un adolescente. C’è ancora qualcosa – nei testi, nelle scelte lessicali, nell’approccio alla scrittura, nelle sonorità – dell’Eugenio Sournia di allora?

C’è paradossalmente più dell’Eugenio di allora adesso che qualche anno fa. Negli anni tra i miei venti e i miei trenta ho cercato progressivamente di limare tutte quelle parti della mia scrittura che potessero risultare fuori luogo in una proposta pop; il risultato è stato che con il passare del tempo ho finito per perdere qualcosa anche della mia essenza, nel tentativo di arrivare a tutti. La pandemia è stata per me l’occasione per accorgermi di questo e cercare di ripartire; una sorta di nuovo inizio nel quale ho dovuto riallacciare il filo con il me adolescente e incontaminato, ma con le inevitabili differenze dovute all’essere un uomo di trent’anni. Mi sono accorto che da ragazzo scrivevo in maniera molto aulica e ampollosa; certo era un modo per mettersi una maschera, ma credo ci fosse da apprezzare la notevole noncuranza con cui cercavo di fare una cosa bella a prescindere da ogni risvolto commerciale che la mia musica potesse avere: direi che riparto da questo principio.

Veniamo a oggi: proponi la tua musica da solista dopo esser stato frontman di una band indie-rock. Com’è approcciare “in solitaria” al palco, più nello specifico al palco di Musicultura?

Quando si è alle prime armi il rumore e la compagnia sono i migliori alleati. Nei primi anni ’10 suonare in un gruppo era molto più comune, e penso che sia senz’altro più semplice trovare il coraggio di salire su un palco se accompagnati da altre persone che, tendenzialmente, fanno “casino” e coprono con il caos eventuali errori. Salire sul palco in un set più intimo — nel mio caso, con un violinista — è senza dubbio una sfida, ma con l’abitudine ci si rende conto di quanto lo spazio e il silenzio che si creano sulla scena in questo modo possano essere un’opportunità e non un limite. È come se ogni gesto, ogni parola, ogni nota, acquisissero ancora più gravità e significato, e questo mi spaventa ma mi elettrizza. Il palco di Musicultura, dotato di una sua solennità, non ha fatto altro che amplificare questa sensazione.

Il brano Il cielo è quello scelto appunto da Musicultura per questa tua esperienza tra i finalisti del Festival. È una storia di dolore, di emarginazione; è anche una richiesta d’aiuto: “Accetta un po’ di me”, recita a un certo punto. Che ruolo può avere la musica, sia per chi la fa che per chi la ascolta, nell’ambito di un percorso di accettazione di sé?

Quando ero adolescente avevo molte stranezze, ma non stranezze “cool”. Arrivai al liceo che andavo alla Messa in latino, mi vestiva mia madre e la mia idea di sabato pomeriggio era leggere libri sulle grandi battaglie dell’impero bizantino. Quando a sedici anni scoprii la musica rock, mi dette una scusa per prendere le mie bizzarrie e farne un punto di forza: credo sia una storia comune a molti, anche se le mie, di stranezze, erano particolarmente fuori moda. Con gli anni quella storia, la mia, l’ho imparata a memoria e l’ho narrata un po’ in tutte le salse; credo sia arrivato il momento per me di staccarmi da me stesso e provare a scrivere di altro e di altri, per non cadere nella ripetizione ma anche perché mi sono anche un po’ stancato del personaggio che ho creato per me medesimo.

Durante le Audizioni Live, intervistato dalla giuria del Festival, hai posto l’accento sul tema della salute mentale, sull’importanza di non trascurarla, sulla necessità di affrontarla, di raccontarla. E di nuovo la musica sembra giocare un ruolo fondamentale, quasi come fosse un megafono per amplificare argomenti di cui spesso si parla ancora a bassa voce…

Credo che l’anima vada nutrita allo stesso modo in cui si nutre il corpo. La musica può essere una fonte di bellezza senza pari, perché ha dalla sua l’unione di un contenuto descrittivo, narrativo — le parole — e di una parte per sua natura ineffabile come la melodia. Il mondo moderno sembra invece progettato per renderci difficile accedere alla bellezza, non tanto perché essa non sia raggiungibile, ma perché siamo bombardati costantemente del suo opposto. La bellezza per sua natura ha bisogno di silenzio, ciò che è sempre più difficile ottenere, specialmente a livello interiore. Trovo che la musica possa fare molto proprio, paradossalmente, per permetterci di ottenere questo silenzio, e di conservarlo.

Il tuo nuovo EP si intitola Eugenio Sournia. Perché la scelta di dargli il tuo nome? È uno specchio, una confessione, un racconto così privato da rendere impossibile l’impresa di scinderlo da chi lo ha scritto?

A dire la verità avrei voluto chiamare questa raccolta di canzoni Il dolore è una porta, come uno dei pezzi che la compongono; tuttavia, credo che il tema della sofferenza e di come essa possa essere usata per raggiungere la bellezza sia già di per sé evidente. Intitolare il disco Eugenio Sournia, metterci del tutto la faccia, penso possa essere un modo per far vedere che si tratta di qualcosa di estremamente sincero. Spesso la sincerità è la qualità minima che si riconosce a lavori che non hanno altri pregi, ma per me era davvero il fondamento da cui ripartire; ognuno di questi brani segna un punto centrale nel mio pensiero, e Il cielo ne rappresenta forse la parte più arresa, in cui tutte le difese cadono e ci si presenta all’altro in tutta la propria nudità.


 

Eda Marì si racconta: «Voglio far sapere a tutti che ho troppa voglia di amare»

Classe 1994, originaria di San Lucido (Cosenza), Eda Marì – all’anagrafe Edda Maria Sessa – nasce circondata dalla musica; prima ballata, poi pensata, scritta, cantata, condivisa. Muove i primi passi artistici nella scuola di danza della madre, luogo che diventa ispirazione e scintilla per il suo progetto musicale, fino ad arrivare sul palco di X-Factor e alla pubblicazione del suo primo EP, Freevolo. Parla della musica come di un’occasione per scoprirsi e conoscersi; infatti, non smette di sperimentare e spingere la sua voce verso nuovi scenari e canali di espressione, approdando a Musicultura con un progetto inedito. Miscelando i due dialetti legati alle sue origini, quello calabrese e quello campano, e con il cuore e gli occhi sempre pieni della bellezza della sua terra e del suo mare, il brano Tossic – con cui ottiene un posto tra i finalisti del Festival – parla della purezza delle emozioni, sincere, vive, a volte contraddittorie e dolorose ma finalmente spogliate da ogni orgoglio; parla del coraggio, della speranza, dell’intraprendenza di una giovane donna che non ha paura di farsi male ancora, di amare e di “murmuriare”. Con la stessa sincerità, ha parlato del suo progetto in quest’intervista alla redazione di “Sciuscià”.

Ripartiamo dalle Audizioni Live: sul palco di Musicultura ti sei presentata commossa ed emozionata, quasi in punta di piedi; non appena hai iniziato a cantare, però, sono venute fuori tutta la tua forza e tutta la tua determinazione. La musica è una dimensione che ti aiuta ad acquisire sicurezza?

È una dimensione che mi aiuta a lavorare, in generale, su me stessa: è grazie alla musica che imparo a conoscermi, perdermi, ritrovarmi. Quindi, sì, mi aiuta anche ad acquisire sicurezza.

Sempre in occasione delle Audizioni Live, ad accompagnare le tue canzoni è stata la performance di una ballerina, tua sorella Gaia. Che ruolo e che rapporto hanno, nella tua vita, la musica e la danza? Quanta energia riesce a trasmetterti chi balla vicino a te durante le esibizioni, nel caso specifico una persona così cara?

Nella mia vita, la musica e la danza hanno un ruolo centrale e fondamentale: le considero una cosa unica, vivono in simbiosi dentro di me. Ho avuto la fortuna di nascere e crescere in una sala, quella della scuola di danza di mia madre, tra il suono delle punte, l’odore della pece, corpi che danzano e anime che creano. Osservando e nutrendomi di danza, ho iniziato a scrivere la mia musica anche ispirandomi ai movimenti del corpo o ad alcuni passi di danza codificati, proprio per fondere questi due mondi e dare il massimo che posso. Per questo motivo, avere delle ballerine accanto durante i live mi fa sentire forte e completa; è un po’ come se la mano di mia madre fosse sempre con me su ogni palco. Nello specifico, quando a ballare vicino a me è mia sorella, ho la sensazione di danzare anch’io con lei. Lei il mio corpo, io la sua voce: è sempre stato così tra di noi e spero lo sarà per sempre.

Nel brano selezionato da Musicultura, Tossic, la scrittura è arricchita da inserti dialettali, campani e calabresi. Da dove nasce la necessità di cercare un linguaggio differente per veicolare la tua arte?

Questa necessità nasce dalla voglia di voler comunicare emozioni e sensazioni che, spesso, solo attraverso il dialetto riesci a esprimere. Facendo questo mix dei dialetti legati alle mie origini, mi sento libera: sono davvero io.

Rimaniamo su Tossic. Il testo parla di una relazione complicata, tossica appunto; a raccontarsi è una giovane donna che, dopo aver esaurito tutte le sue energie, se ne distacca, ferita ma ancora capace di amare. È una giusta interpretazione? Come nasce questa canzone?

Sì, è una giusta interpretazione: ho provato a descrivere tutto questo. Tossic nasce dall’esigenza di voler far sapere a tutti che io ho troppa voglia d’amare. Ho scritto questo brano in un periodo strano ma bello della mia vita, in un momento di ricerca e voglia di risposte, pensando all’importanza che hanno per me la mia bellissima terra, l’amore per le mie origini e l’amore in generale. Ho provato a esprimere tutto questo paragonandomi proprio a San Lucido, il mio piccolo paese di provincia che d’estate vive, è in festa ed è amato da tante persone, ma d’inverno rimane solo, al freddo e in silenzio, quasi ad aspettare quell’amore estivo per ritrovare calore. Dopo una notte d’estate e un amore fugace nasce Tossic, che per me non è semplicemente una canzone: è davvero la mia voglia d’amore, d’amare e di dare tutto, anche se poi fa male; Tossic è la mia paura ma la mia voglia, la mia condanna ma la mia speranza, la mia follia ma la mia forza; è un lamento, una richiesta d’aiuto, una protesta! Se nella vita ti capita una cosa bella come l’amore- o come il mare- bisogna averne cura e non trascurarla, rischiando di rovinare tutto, come ho fatto io con me stessa e come ha fatto qualcuno con le navi piene di rifiuti tossici. Le persone devono amare e le navi devono navigare; l’amore esiste e io non smetterò mai di “murmuriare”.

Sappiamo che stai lavorando a nuovi progetti musicali. Ti va di darcene una piccola anticipazione?

Posso solo dire che nel mio nuovo progetto musicale sto dando tutta me stessa: mi sto liberando, appunto, con questo “nuovo” linguaggio e sto amando tutto, sto amando da morire.


 

Svelati i nomi dei Finalisti di Musicultura 2024

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Musicultura, il Festival della Canzone Popolare e d’Autore, svela i nomi dei Finalisti della XXXV edizione del Concorso che dal 1990 contribuisce all’evoluzione stilistica e al ricambio generazionale della canzone italiana, garantendo la trasparenza dei criteri di selezione e il profilo artistico dei contenuti. Sono diciotto artisti, diciotto sguardi sulla vita e un vero e proprio caleidoscopio di approcci musicali; scopriamo i nomi, le città di origine e i titoli delle loro canzoni:

Alec Temple, Cremona – Cenere; Anna Castiglia, Catania – Ghali ; Bianca Frau, Sassari – Va tutto bene; DELVENTO, Messina – Inferno rosa; Dena Barrett, Viareggio – Halloween; De.Stradis, Bologna – Quadri d’autore; Eda Marì, San Lucido – Tossic; Eugenio Sournia, Livorno – Il Cielo; FALCE, Cumiana – In debito; Helle, Bologna – Lisou; Nico Arezzo, Modica – Nicareddu; Nyco Ferrari, Milano –Sono fatto così; Ormai, Cantù – Vivere è ok; PORCE, Carugate – La fine della festa; Sandro Barosi, Cremona – Venezia di sera; The Snookers, Morbegno – Guai; Tommi Scerd, Genova – Mela 5; Velia, Roma – Scogli.

“Per la seconda volta nella storia del concorso, a seguito della qualità delle proposte in campo e della difficoltà delle scelte abbiamo esteso a 18 la rosa dei finalisti, anziché i previsti 16.  La prima osservazione che si ricava dall’ascolto di questi giovani artisti è la spiccata diversità di linguaggi e poetiche delle loro canzoni.  – Ha commentato il direttore artistico di Musicultura Ezio Nannipieri – Anche le loro personalità differiscono nettamente l’una dall’altra. In compenso è come se in tutti risuonasse una comune percezione della durezza e delle incognite dei tempi che attraversiamo. Ideologicamente appaiono meno schierati dei loro nonni, psicologicamente più attrezzati dei loro padri, non si aspettano che qualcuno o qualcosa arrivi a tirarli fuori dalle secche, scavano in sé alla ricerca di un fuoco, di un sentimento, di una voce che possano genuinamente connetterli agli altri e alla vita, di questo parlano le loro canzoni”.

Tutti autori dei loro brani, gli artisti finalisti di Musicultura 2024 escono da una dura selezione iniziata nel novembre scorso e proseguita con i tre mesi di ascolto delle 2.374 canzoni presentate dai 1.187 artisti iscritti al Concorso, che per il quarto anno consecutivo ha registrato il nuovo record di iscrizioni. L’iter del concorso è quindi passato attraverso Musicultura Première, il nuovo portale web che in questa edizione ha per la prima volta messo in vetrina le 101 proposte ritenute più meritevoli e consentito agli appassionati di esprimersi col voto (25.000 voti, 100.000 visualizzazioni), promuovendo direttamente i 5 artisti più votati alla fase successiva delle Audizioni Live a Macerata. Qui, dal 1° al 10 marzo, sul palco del Teatro Lauro Rossi sono state chiamate a testare il proprio potenziale espressivo complessivamente 60 proposte nel corso di 10 serate di musica aperte al pubblico (5.000 spettatori) con le dirette streaming che hanno raggiunto 657.000 visualizzazioni e quasi un milione di utenti complessivi sui social.

Il Concerto dei Finalisti

La presentazione ufficiale dei 18 finalisti di Musicultura 2024 avverrà in anteprima nazionale il 25 e il 26 aprile a Recanati, città che diede i natali al Festival nel 1990, con Fabrizio De André e Giorgio Caproni primi firmatari del progetto. Due i concerti in programma al Teatro Persiani che daranno modo ai protagonisti del concorso di esibirsi rigorosamente dal vivo con le loro canzoni e di raccontarsi al pubblico.

Nel concerto del 25 aprile si esibiranno Nyco Ferrari, Bianca Frau, Ormai, Alec Temple, Eda Marì, DELVENTO, Dena Barrett, The Snookers e Tommi Scerd; ospite della serata Simona Molinari. La sera seguente, il 26 aprile vedremo sul palco con Nico Arezzo, De.Stradis, Sandro Barosi, Anna Castiglia, Falce, Helle, PORCE, Eugenio Sournia, Velia e anche il poeta e componente del Comitato Artistico di Garanzia, Guido Catalano. Condurranno i due spettacoli John Vignola, Marcella Sullo e Duccio Pasqua: Rai Radio1 trasmetterà in diretta le due serate.

“Rai Radio1 è onorata di essere anche quest’anno la radio ufficiale di Musicultura. Un matrimonio che data 2001 e che vede il primo canale radiofonico del servizio pubblico al fianco di una manifestazione unica in Italia, dove la musica e la cultura si fondono sulle note di artisti che competono davanti al grande pubblico. – Ha affermato il Direttore di Rai Radio1 Francesco Pionati – Anche in questa edizione Radio1, con i suoi conduttori ormai collaudati Marcella Sullo, John Vignola e Duccio Pasqua metterà a disposizione molti spazi del suo palinsesto e dei suoi social. Cominciamo col seguire in diretta, dalle 21.00 alle 23.00, le semifinali di Recanati il 25 e 26 aprile, in un crescendo, fra dirette, differite e approfondimenti, che culminerà nella fase conclusiva del Festival nel mese di giugno a Macerata, A tutti coloro che lavorano dietro le quinte della grande macchina di Musicultura i più sinceri auguri affinché anche questa edizione resti nel ricordo di tutti”.

Le due serate saranno trasmesse in live streaming su Rainews.it nell’ambito della partnership con la Rai che coinvolge anche Rai Italia, TgR e Rainews24 e nelle pagine social di Musicultura.

Arena Sferisterio
Lo Sferisterio durante le finali di Musicultura

 

 

Gli studenti Unicam giurati a Musicultura 2024

Dagli studi armonici di Pitagora alla musicoterapia, dal violino di Einstein al prisma dei Pink Floyd, musica e scienze sono sempre andate a braccetto. Ma a Musicultura questo legame speciale tra arte e pensiero è ancora più indissolubile grazie al sodalizio tra il Festival e gli studenti del polo scientifico dell’Università di Camerino.

Floriana Carlettino, Luca Favia, Martina Gasparrini, Emanuele Giampaoli, Lucia Lucernoni, Nicola Piccinini, Lorenzo Pirchio e Alessandro Silla: si chiamano così le studentesse e gli studenti di Unicam membri della giuria universitaria di Musicultura 2024. In ogni serata di Audizioni Live, dal primo al 10 marzo, esibizione dopo esibizione hanno portato al Teatro Lauro Rossi la freschezza e il gusto musicale della Gen Z. Nello spazio riservato alle interviste, gli studenti hanno condiviso con le proposte musicali emergenti (e con il pubblico in sala) tutte curiosità e la sensibilità critica di una generazione alla prova, in un gioco di specchi tra i giovani in platea e quelli sul palco.

Ciascuno con il proprio gusto musicale, ma tutti accomunati da un grande desiderio di scoperta delle nuove leve del cantautorato italiano, gli studenti della Giuria Universitaria ci accompagneranno fino a giugno in tutte le fasi del concorso. A loro, congiuntamente con i ragazzi di Unimc, il compito di scegliere una delle sedici proposte artistiche che ascolteremo dal vivo al Concerto dei Finalisti al Teatro Persiani di Recanati. Successivamente, in occasione delle serata finali allo Sferisterio di Macerata, spetta alla Giuria Universitaria l’onere e l’onore di selezionare le parole migliori delle canzoni in concorso e di premiare il vincitore con la Targa Miglior Testo sul palcoscenico dell’Arena.

Con i loro spunti arguti e il loro giudizio – rotondo e completo direbbe qualcuno -, gli otto studenti di Unicam, guidati dal Prof. Daniele Tomassoni, sono stati molto partecipativi e hanno creato un bel clima di condivisione, anche e soprattutto nelle riunioni con il resto della giuria universitaria, quella dell’Università di Macerata, e con la giuria di Musicultura. Eccoli sul palco del Teatro Lauro Rossi con il direttore artistico del Festival, Ezio Nannipieri, e il Prof. Graziano Leoni, Rettore dell’Ateneo.

Giuria Universitaria Unicam – Audizioni Live – Musicultura 2024

Gli studenti Unimc protagonisti delle Audizioni Live

Il sodalizio tra Musicultura e l’Università di Macerata è ormai un legame indissolubile: negli anni decine e decine di studenti si sono cimentati in questa esperienza, trovandosi a contatto con un ambiente stimolante che arricchisce il loro bagaglio professionale e relazionale. Sono diciotto in totale i ragazzi dell’ateneo impegnati in questa XXXV edizione del Festival: dieci sono chiamati a vagliare le proposte musicali in concorso in qualità di giurati; otto sono i giornalisti in erba della Redazione “Sciuscià”.

Proviamo a conoscere meglio questi due progetti.

La giuria universitaria si affianca alla giuria “senior” di Musicultura. Ha un compito particolarmente delicato: valutare i brani proposti dagli artisti che partecipano alle Audizioni Live. Dopo aver avuto la possibilità di ascoltarli in anteprima, li esamina a seguito di ogni esibizione dal vivo. Si riunisce ogni sera e confronta, soppesa, considera, discute fino a tarda notte. Perché ha un ruolo molto importante: scegliere uno dei sedici finalisti del Festival. In questa edizione, gli studenti coinvolti sono Giulia Albertini, Noemi Antonelli, Silvia Ardini, Micaela Cozza, Mattia Crescenzi, Beatrice Dionisi, Daniele Ferrante, Leonardo Menini, Elena Novelli, Valentina Segura, che ci aiutano a capire come arrivano alla loro decisione. «I criteri di valutazione sono tre: il testo, la performance e la canzone nel suo complesso», spiega Giulia. Attenzione, però, perché la questione non è meramente “di voto”; in ballo c’è un’esperienza intensiva nel mondo della musica: «Non ci limitiamo a esprimere la nostra preferenza, ma nutriamo il nostro giudizio di impressioni, suggestioni, pareri e argomentazioni», aggiunge Noemi. «E per di più abbiamo l’opportunità di scoprire nuovi artisti», dice Elena. Tutti i giurati concordano sugli stimoli positivi che Musicultura offre loro: l’ascolto minuzioso delle canzoni e l’attenzione ai dettagli favoriscono un’atmosfera di crescita personale. E quella stessa crescita alle volte si tramuta anche in altro: «La presenza in teatro, la diretta streaming, il contatto diretto con gli artisti, far parte dello staff del Festival sono importanti fonti di ispirazione per ognuno di noi», chiosa Mattia.

Mentre questi giovani giurati acquisiscono strumenti trasversali, utili non solo alla critica musicale ma anche a una crescita personale alla quale hanno fatto appello con le loro parole,  gli studenti che compongono la redazione universitaria si occupano di raccontare Musicultura in tutte le sue fasi. Ilaria Maccari, Francesco Silla, Marco Sciamanna, Giulia Cifeca-Recinella, Benedetta Rucci, Benedetta Barboni, Francesca Colantonio, Leonardo Sperandini hanno compiti diversi. Affiancano il team social nella realizzazione dei contenuti per i vari canali e si dedicano alla parte più consistente del loro lavoro: scrivono. Proprio come stanno facendo in questo momento. Partecipano a un laboratorio di giornalismo che consente loro di redigere articoli e interviste che vengono poi pubblicati sul sito di Musicultura. Con un pc sempre a portata di mano e gli occhi rivolti al palco, osservano, narrano, fanno domande, colgono emozioni e sfumature. E le restituiscono a chi legge. Approcciano anche a chi è già un professionista del settore, perché durante la settimana finale del Festival danno supporto alle attività di gestione della sala stampa, condividendo quest’ultima con i giornalisti che arrivano a Macerata da tutta Italia.

Qualche volta, ironicamente, quando vien chiesto loro di raccontare di questa esperienza, parlano in terza persona e si intervistano persino tra loro. Come sta succedendo per questo pezzo. Giulia è al suo secondo anno di redazione; ha già imparato a metterci la faccia, o la penna. Così si esprime per prima: «La nostra università ci offre un’occasione unica per unire le conoscenze acquisite nel percorso di studi alle nostre passioni e avvicinarci al mondo del lavoro. Con Musicultura abbiamo la possibilità di spenderci accanto a dei professionisti che sin da subito ci accolgono come parte integrante dello staff e ci consentono di capire quanto bello sia il lavoro di squadra». Francesco, new entry nel laboratorio, aggiunge: «È interessante capire come si lavora alla comunicazione di un evento grande come questo», mentre Benedetta (Barboni) dice: «È la prima volta che mi metto in gioco nel mondo della scrittura ed è bello farlo a Musicultura, perché siamo costantemente seguiti ricevendo consigli e correzioni preziosi. Con i miei colleghi, poi, si è creata da subito un’atmosfera di confronto e supporto reciproci che apprezzo molto». Un’altra veterana della redazione, Benedetta (Rucci, stavolta), racconta della parte per lei più entusiasmante: «Per un’appassionata di musica e scrittura come me è incredibile avere l’opportunità di conoscere di persona e intervistare grandi nomi del mondo dello spettacolo: non vedo l’ora di poterlo fare nelle prossime fasi del Festival!».

Insomma, mettiamola così, se gli studenti dovessero vestire per un attimo i panni di docenti, e se Musicultura fosse l’esaminanda, il giudizio di tutti i ragazzi sarebbe unanime: prova superata a pieni voti. Un bel 30 e lode sul libretto del Festival.


 

Ecco come sono andate le Audizioni Live 2024

Non è mai facile tirare le somme di un’avventura unica come quella delle Audizioni Live di Musicultura, un’avventura che ci ha fatto cantare, ballare ed emozionare per 10 serate di spettacolo in teatro. In pillole, un rewind di quel che è successo al Lauro Rossi in questi giorni di musica dal vivo, talento ed emozione, per chi non c’era e avrebbe voluto esserci e per chi c’è stato e prova già tanta nostalgia.

I numeri

Trascorso qualche giorno dalla fine delle Audizioni, il bilancio è più che positivo: 60 artisti audizionati 237 musicisti a Macerata, più di 4200 gli spettatori in teatro e una copertura social dell’evento che supera 2 milioni di persone raggiunte.

Gli artisti in concorso

Nelle dieci serate di Audizioni, abbiamo accolto sul palcoscenico una moltitudine di progetti artistici, sia solisti che band, provenienti da ogni angolo della nostra Italia. Ognuno ha portato con sé non solo due canzoni dal proprio repertorio, ma anche la propria storia, la propria sensibilità artistica e il proprio amore per la musica. Dai sound più graffianti delle band rock alle melodie intimiste dei cantastorie in acustico, dalla Valtellina a Tropea, dalla metropoli milanese a Sassari, abbiamo viaggiato attraverso un caleidoscopio di sonorità uniche nella loro autenticità: uno spaccato della musica cantautoriale italiana di oggi, ma soprattutto di domani.

Ascolta tutte le esibizioni degli artisti delle Audizioni Live

Gli ospiti

Come ogni anno, il pubblico di Musicultura è sempre pronto a sorprese e ospiti d’eccezione. Con noi sul palco del teatro maceratese:

  • il conduttore radiofonico John Vignola, che ci trasportato magistralmente nel mondo della regina dello spettacolo Raffaella Carrà;
  • Piero Pelù, accompagnato dalla chitarra inimitabile di Finaz, per un viaggio ribelle e appassionato nella musica d’autore di un mostro sacro del rock italiano.

La stampa e l’indotto

10 serate di spettacolo, articoli sulle testate nazionali e locali, dirette streaming in cross-posting ogni sera con media partner generalisti e di settore.
Ma Audizioni Live significa anche un crocevia di addetti ai lavori: in backstage e nei dedali del Lauro Rossi, più di 60 professionisti fra regia, produzione televisiva, redazione, tecnici e addetti ai lavori e più di un centinaio di studenti dell’Università di Macerata, dell’Università di Camerino e dell’Accademia di Belle Arti di Macerata.

Ma non finisce qui! La prossima tappa del Festival è il Teatro Persiani di Recanati, dove si terrà il concerto dei finalisti selezionati fra i 60 Audizionati.